Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Tutti al mare

Pubblicato da sandro su 17 Novembre, 2009

Non sembra che manchino 40 giorni alla fine dell’anno, vero? A Palermo ci sono quasi 30 gradi e la gente va in spiaggia e fa addirittura il bagno. Qui nel trevigiano par d’essere all’inizio di aprile, la sera non si batte i denti. Novembre finora è stato un mese caldo, insolitamente caldo. Non vuol dire che si vada in giro in maniche corte, no, la sera comunque ci vogliono una maglia e una giacca. Tuttavia non fa freddo, non servono i guanti o la sciarpa, e il riscaldamento si può tenere al minimo.

Anche questo è merito del global warming? Inclino a pensarlo.

Di punto in bianco però mi rendo conto di quanto siamo provinciali e inadatti a fronteggiare sia pur solo sotto un’ottica esterna, di semplice constatazione, il problema. Il Tg1 ha riferito la notizia come fosse una nota di costume, con tanto di intervista alla bellona scosciata di turno che dà conto della gradevole temperatura dell’acqua. Non salta in mente a nessuno di fare un collegamento col surriscaldamento terrestre, né di chiedere il parere di un climatologo o di un fisico (ma quelli, gli scienziati, servono a tranquillizzare quando c’è un terremoto, mica ad allertare quando fa caldo mentre dovrebbe far freddo).

Altra tragedia, altro ballo in maschera. Leggo sul Corriere un’imbelle ricostruzione secondo cui Berlusconi, al vertice Fao, avrebbe dispensato battute e barzellette. Ma è naturale! è logico ridere come all’osteria quando un miliardo di persone non ha di che sfamarsi! Pare si trattasse di barzellette su Marx e motteggi con l’amico-dittatore Gheddafi. Tutto ciò intanto che Ghedini (o Ghedoni, secondo Gasparri), a Milano, diceva davanti alla corte che doveva giudicarlo che Berlusconi non poteva presenziare al suo processo perché impegnato in un importante vertice internazionale. Il bello è che è riuscito a dirlo senza ridere, e la corte gli ha pure concesso lo spostamento dell’udienza (chissà che altra balla s’inventeranno per quella data?).

Ma sì, chi se ne frega, domenica andiamocene tutti al mare! Si fottano gli africani pelle e ossa! Meno male che Silvio c’è!

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Uomini, cacciatori, ominicchi

Pubblicato da sandro su 12 Novembre, 2009

Leggo sul Corriere del Veneto che una mostra organizzata nel palazzo regionale dall’assessore alla cultura Elena Donazzan (ex An) userebbe la figura del compianto Mario Rigoni Stern per propagandare la caccia. La cosa mi ha immediatamente messo di malumore perché amo lo scrittore di Asiago e odio – meglio: non comprendo – la caccia sportiva.

Di questo si tratta, di uno sport. Quella che viene praticata oggi non ha certo nulla da spartire con la caccia di un tempo, quando le doppiette sparavano per bisogno anziché per spasso. Del resto è sufficiente leggere lo stesso Rigoni Stern per rendersene conto. Cito una sua frase riportata nell’articolo: «Non sogno carnieri pieni di animali ma di andare per i boschi, lentamente, con il mio cane».

Proprio qui però sorge l’equivoco su cui si specula. L’immagine pervasa di sentimentalismo creata dal vecchio alpino offre l’occasione ai cacciatori invasati di considerarsi degli ambientalisti, degli amanti della natura, una specie di guardiani dei boschi. Niente di più lontano dalla realtà, se si considera l’ecatombe di bestie e bestiole uccise ogni anno per gioco. Chi avesse lo stomaco per vedere le foto delle prede di questi eroici mitraglieri, vada a cercare nei loro molti siti.

E’ noto che la psicologia considera il fucile un prolungamento, un’estensione della virilità. Ora, Mario Rigoni Stern era un uomo con la lettera maiuscola, un partigiano, innamorato della sua terra violentata nel paesaggio e nei costumi. Questi signori dalle doppiette facili e questi assessori poco perspicaci sono invece degli ominicchi che dovrebbero provare imbarazzo anche solo nel pensare di accostarsi a lui. Tanto più che questi stessi figuri non devono neppure aver l’aria di leggere granché. Nel dubbio sparano. O le sparano. Grosse.

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Il Giovanardi mannaro

Pubblicato da sandro su 11 Novembre, 2009

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l´è cercata quella fine perché «era uno spacciatore abituale», «un anoressico che era stato pure in una comunità», «ed era persino sieropositivo». Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: «diventano larve», «diventano zombie». E conclude: «È la droga che l´ha ridotto così».

Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo «la lotta alle tossicodipendenze» e la «tutela della famiglia», ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone «per bene», danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.

Ci sono, tra i drogati d´Italia, «i viziati e i capricciosi», e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, «ragazzi che non ce la fanno» e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non “spacciano”, come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro “gli scarti della società”, alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l´umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l´arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l´Italia.

Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.

Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito.

Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l´hanno protetto, i medici che non l´hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell´esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei “ladri di biciclette”.

Davvero essere di destra significa non capire l´infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma “sniffa” astio. Come lei erano gli “sciacalli” che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.

Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si “strafà” di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere.

Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c´entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all´arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all´intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia?

Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell´aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell´embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.

[Francesco Merlo su "la Repubblica" del 10 novembre 2009]

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“Intellettuali” di destra: Luca Barbareschi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

intervista di Alessandro Ferrucci, Il Fatto Quotidiano 31 ottobre 2009

“Non faccio niente. Ma con un impegno della madonna…”, recita Luca Barbareschi nel suo ultimo lavoro teatrale. Lui è regista e primo attore di un musical nato da un’idea di Giorgio Gaber. Gira l’Italia. Ancona, Roma, Napoli, Crotone e ancora…

Mi scusi, come concilia un impegno del genere con la sua attività parlamentare?

“Beh, non capisco la domanda: ho oltre l’80% di presenze”

Sicuro? I dati ufficiali della Camera raccontano di un 47,70%…

“Ah si. Vabbè, è quasi la metà. È la stessa cosa”.

Non proprio…

“Senta, io lavoro molto più di lei (è la prima volta che ci parliamo, ndr). Dormo quattro ore a notte, sono in piedi dalle sei del mattino e sono in grado di organizzare il lavoro”.

Però dalla commissione Trasporti, della quale lei è vice-presidente, lamentano le continue assenze…

“Saranno i suoi amici a dire certe cose. In un anno e mezzo ho presentato quattro proposte di legge e ne ho portato a casa una. Sono uno dei più efficienti!”.

Bene. Lei però, ha spesso denunciato il malaffare italiano, il lassismo politico: non crede che la complessità della macchina statale meriterebbe un po’ più d’attenzione?

“Nooo. Eppoi non potrei permettermelo: non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico”.

Ma sono circa 23mila euro lordi al mese, più tutti i benefit…

“E allora? Non sono mica nato da una famiglia ricca. Nessuno mi ha lasciato niente”.

Per lei, Montecitorio è un secondo lavoro…

“È facile parlare per voi! Voi giornalisti siete la vera casta, la feccia. Ora avete chiamato me come se fossi il male assoluto”.

Eravamo incuriositi dalla sua poliedricità…

“No! I nemici sono i giornalisti ladri. Sono la maggior parte, solo che non li becca mai nessuno. Intoccabili. Inoltre i problemi della vita sono altri…”.

Quali?

“I ladri, i farabutti e tutti quelli come loro”.

Ma proprio non vede la necessità di maggiore impegno parlamentare?

“In Israele chi fa il deputato deve lasciare ogni altro lavoro”.

Appunto…

“Da noi non è così. Ho anche una attività imprenditoriale da mandare avanti…”.

Pure…

“Sì. E sono bravissimo. Mi basta un’ora per dare le direttive giuste e farle eseguire”.

Sarà stanchissimo…

“Cosa? Non ho capito…”.

Sento la sua voce molto affaticata…

“Ah! Lo ripeto: mi sveglio presto, lavoro, e poi alle cinque vado a teatro per le prove. Anzi, la saluto, devo andare. Saluti Travaglio, mi piace molto come lavora”.

Sì, sono le 16.30, è ora di correre al Quirino di Roma. Sono gli ultimi giorni, poi via per una lunga tournee, lontano dalla Capitale. Buon viaggio, e non si stanchi troppo, onorevole Barbareschi.

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L’immagine dell’Italia all’estero: Ignazio La Russa

Pubblicato da sandro su 16 Ottobre, 2009

[tratto dal sito de Il Fatto Quotidiano, 16 ottobre 2009]

Un ministro può insultare come vuole i cittadini? Può, per rispondere ad una contestazione, apostrofarli del tutto gratuitamente con un’accusa infamante: “Pedofili”? Viene da farsi queste domande guardando un video che sta circolando in queste ore su YouTube (e che trovate in questo post). L’episodio ha come protagonista il ministro della difesa Ignazio La Russa, e l’insulto suona intollerabile. Il set è di quelli che “Gnazio” preferisce: la parata del Columbus Day; La Russa è pronto a partecipare alla sfilata: sorride, stringe mani, fa linguacce, prima di prendere posto su una Maserati biposto. La festa gliela rovinano i cittadini di “Qui New York libera”, emuli di Piero Ricca che in Italia, in vari episodi, ha contestato ministri e politici. I contestatori, armati di cartelli, gridano nei confronti del ministro: “Lo stato non può trattare con la Mafia. Se Mangano è un eroe, Borsellino cos’è?”. La Russa tace, e la Maserati parte. I “sovversivi” però lo seguono e, appena la macchina si ferma, continuano con le loro contestazioni. Questa volta La Russa perde la testa: mette le mani alla bocca e, in tipica posa da stadio, urla: “Mi ricordo, sei un pedofilo” rivolto verso i contestatori. Rincara la dose: “Vergognati, mi ricordo cosa facevi, alle bambine”. Fa un cenno con la mano ad un uomo del suo seguito, questo si avvicina al gruppo e dice, come se chiedesse una cortesia “Ma tu sei un pedofilo, cosa parli?”. Quelli di “qui New York libera” rimangono basiti. Sono stimati professionisti da anni negli Stati Uniti e al telefono ci raccontano il loro stupore. “Ci ha fatto paura. Un ministro dovrebbe accettare le critiche” sottolineano. Ignazio, la pensa diversamente . Per fortuna che c’è YouTube.

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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Come si fa?

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

Come si fa a non volerlo prendere a calci proprio lì, dove non batte il sole, questo patetico figuro che tiene in ostaggio un paese intero con le sue paranoie, le sue indubbie malefatte e la sua bacata, senile, insana cupidigia? Io gliene darei anche un paio, di calci.

Come si fa a prenderlo sul serio, un primo ministro, quando interloquisce con gli industriali riuniti in convegno in dialetto meneghino? D’accordo che, considerato il livello culturale della platea, se l’è potuto tranquillamente permettere.

Come si fa a non detestare fino al parossismo un omuncolo che sproloquia di eversione, complotti, cospirazioni, e poi dice applaudito spropositi come: «alla democrazia ci penso io»? Un iscritto alla P2.

Come si fa a non augurargli un tempestivo decesso (anche se la scenetta di lui caricato a viva forza dalla Finanza sulla volante, i polsi ammanettati, davvero la vorrei vedere), dal momento che qualunque argomento serio, qualunque dialettica politica, qualunque confronto sul merito sono vie impraticabili?

Come si fa a resistere allo sfacciato, interminabile, pedestre apologizzare dei suoi retribuiti servitori, interessati fiancheggiatori, ottenebrati elettori? Come si fa a non chiudergli una buona volta la bocca con uno schiaffo dato col dorso della mano, cosicché faccia più male?

Non si fa, certo, ma siamo arrivati a un punto in cui le parole sono molto peggio che pietre. Siamo arrivati a un punto in cui, o a destra fanno qualcosa per sedare e internare questo squilibrato, o di questo passo ci abitueremo a qualsiasi indecenza. Siamo come gli omini di Altan, che s’infilano l’un l’altro l’ombrello in quel posto. Insomma, basta!

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Ghedoni

Pubblicato da sandro su 6 Ottobre, 2009

La nostra Costituzione è stata evidentemente scritta da degli idioti. L’articolo 3 non se lo fila più nessuno. Démodé. E’ bastato infatti un Ghedini o un Ghedoni di turno – come dice il sempre intelligente Gasparri – per demolire il castello di sciocchezze colà eretto. Uguaglianza di fronte alla legge… che concetto assurdo, astratto! S’è mai sentito di un presidente del Consiglio messo sullo stesso piano di un macellaio o di un macchinista o di un maestro? Figuriamoci, barzellette! Un capo di governo è un capo di governo, che cavolo! Una persona illuminata, a volte unta addirittura dal Signore, investita dell’autorità dal popolo stesso direttamente! Mica si può trattare uno così come fosse una persona normale, siamo scemi? E se poi ci pentiamo (citando Padre Maronno)?

Ghedini o Ghedoni ha detto testualmente che il presidente del Consiglio, a causa del ruolo particolare da lui ricoperto, è primus super pares, cioè si può fregiare del marchesegrillesco titolo: io so’ io e voi nun siete un cazzo. Ah che giurista, il Ghedini o Ghedoni! che mente sottile! che plastico interprete della legge! Se mai dovessi avere un figlio (o una figlia – Saya permettendo), l’obbligherei a studiare duramente come il grande Ghedini o Ghedoni, a credere nell’etica della giustizia come il grande Ghedini o Ghedoni, a battersi perché le ragioni del più debole prevalgano sull’iniquità del più forte come il grande Ghedini o Ghedoni. Poi, suggerirei anche di dotarsi degli stessi denari che il grande Ghedini o Ghedoni percepisce difendendo il sacro principio del bene.

In realtà abbiamo oggi assistito all’estremo tentativo degli onorevoli avvocaticchi berlusconiani (come De Bortoli splendidamente li definì) di salvare il capo. Per amor della giustizia e, per una volta almeno, della legalità in questo paese mi auguro falliscano, mi auguro la Corte sopprima il lodo Alfano e sopprima soprattutto l’insana idea che in esso cova: l’idea che alcuni maiali – citando stavolta Orwell – siano più uguali degli altri. Non a caso Calamandrei (che effetto strano citare un grand’uomo simile nello stesso articolo in cui compare Ghedini o Ghedoni…) definiva l’articolo 3 rivoluzionario; perché abbatteva il fulcro dell’ideologia fascista; perché diceva – e dice – che tutti sono uguali, che tutti hanno gli stessi diritti, che tutti hanno gli stessi doveri.

Ce la farà Ghedini o Ghedoni a salvare chi gli paga lo stipendio dalle patrie galere? Chissà. Speriamo di no. Nel frattempo mi concentrerei, fossi in voi, a pensare a tutti questi galantuomini e alla parola che, unica e sola, li qualifica per ciò che sono e sempre saranno. Un aiutino: fa rima con l’illustre Ghedini o Ghedoni.

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Un caso per il tenente Colombo

Pubblicato da sandro su 24 Settembre, 2009

Nel 2001, quando il mondo ha cominciato a tremare non già a causa dell’11 settembre ma per le conseguenze del neoconservatorismo deflagrato in neoimperialismo dopo l’11 settembre, i capi di stato dei principali paesi occidentali erano:

  • G.W. Bush, presidente degli Stati Uniti d’America (non eletto ma dichiarato tale dalla Corte Suprema);
  • Tony Blair, primo ministro del Regno Unito;
  • Jacques Chirac, presidente della Repubblica francese;
  • Gerhard Schröder, cancelliere della Repubblica tedesca;
  • José Maria Aznar, primo ministro della Repubblica spagnola;
  • Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana;
  • il primo ministro canadese e il primo ministro giapponese, che notoriamente non contano nulla.

All’epoca le politiche degli stati si uniformarono ai dettami statunitensi, un po’ per solidarietà e un po’ per piaggeria, dopo che il bipolarismo est-ovest si era dissolto. Berlusconi, ricorderete, era l’algido alfiere della dottrina Bush, colui che si vantava di essere in totale sintonia con il Commander in chief. Una sintonia di guerra, soprattutto. Tale contiguità non fu solo politica, fu anche culturale – se a tanto vogliamo spingerci. I vari Giuliano Ferrara, Carlo Rossella, Marcello Veneziani, Sergio Romano, ecc., sono lì a ricordarcelo. Tutta gente che non vale due pagine di Moni Ovadia, va da sé, ma per diversi anni influenzarono parecchio il discorso pubblico in televisione, sulla stampa e nelle accademie.

Oggi Bush è un ranchero triste di Crawford, Texas. Tutti gli altri capi di stato sono alle prese con autobiografie, nipotini, balzane conversioni al cattolicesimo, o altro ancora. Di certo non governano più. Neanche Putin ha più il potere di una volta. Chi resta? Berlusconi. L’alfiere dura perfino più del re. Ebbene il neoconservatorismo è stato spazzato via, ora c’è Obama, c’è la speranza di risalire il baratro.

Qualcuno mi spieghi pertanto come si permette Berlusconi di prendere in giro in mondovisione le intelligenze di tutti affermando di essere in totale sintonia con il presidente americano. Si riferisce a Obama? Il democratico Obama che sta a Bush come i pinguini stanno allo stagno? Perché nessuno s’è alzato in piedi, lì alle Nazioni Unite, e ha fatto come Piero Ricca, quella volta a Milano, dicendogli: BUFFONE?

Mah. E’ un caso da ricovero psichiatrico. E’ un caso che neanche il tenente Colombo!

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1933 (quasi)

Pubblicato da sandro su 21 Settembre, 2009

Due momenti di profonda, pura idiozia della giornata di ieri.

Tg1 delle 13,30: Daniela Santanché aggredita dai fedeli islamici mentre, a Milano, protesta contro il burqa, al termine del mese di Ramadan.

Presa diretta, Raitre, ore 22 circa: servizio su sicurezza, ronde e – ciliegina sulla torta – il Partito Nazionalista Italiano di Gaetano Saya (quel tizio che se ne va in giro conciato come un nazista, sapete).

Queste due perle di sofisticatissima stupidità mi hanno angustiato piuttosto che divertito. La ragione è presto detta: sono segnali, trilli d’allarme d’un dinamismo politico di sottobosco che sfugge ormai a qualsiasi controllo. Tale dinamismo politico, se così vogliamo definirlo, è di un’unica e sola matrice, quella fascista, ed è risoluto, strafottente, pericoloso. Ecco perché sono sconcertato. Cos’altro deve capitare, in questo paese derelitto?

Ditemi voi cosa c’entra Daniela Santanché, anche solo lontanamente, con la dignità femminile. Quella che lei chiama “battaglia” contro il velo e la sottomissione delle donne di religione musulmana è in realtà, a mio avviso, uno stratagemma per continuare a godere d’una buona visibilità mediatica, senza la quale il suo sedicente Movimento per l’Italia potrebbe al massimo aspirare a riempire – televisivamente parlando – gli interstizi pubblicitari fra uno spettacolo hardcore e l’altro, a mezzanotte e dintorni, nei canali locali. Inoltre, una donnicciola assai poco arguta come lei, non può davvero sperare d’avere uno straccio di credibilità, visto il vigore con cui difende l’Utilizzatore Finale. Forse non disprezza i puttanieri. Certo non quanto disprezza tutto ciò che è diverso da quel che lei considera cultura, tradizione, italianità. Ma una signora quasi cinquantenne che gioca a fare la fascista, che dignità può avere? Nessuna, va da sé; e provo dispiacere per il figlioletto di pochi anni: quale educazione saprà impartirgli? Da quando non recita più la parte di femme fatale del partito di Storace, l’ex onorevole s’è data al cabaret in forma di politica (andando di fatto ad infoltire le già generose schiere assise in Monte Citorio). Be’, abbiamo scoperto una star! L’esibizione di ieri, poi, merita una candidatura all’Oscar. Povera Danielina, ha preso un pugno da un cattivone maomettano! Eh sì, e quindi corsa disperata all’ospedale, visita d’urgenza, cure immediate, conferenza stampa, dichiarazioni lanciate e riprese da tutti i media. Accidenti, che organizzazione, che sceneggiatura ben scritta! Peccato che poi la medesima Danielina, quando i poliziotti usano il manganello per praticare – citando Dickens – un liberale esercizio sulle schiene e le teste dei pacifisti, non trovi la cosa granché riprovevole. Se avete visto le immagini della paladina della femminilità durante il contrasto coi musulmani, avrete potuto apprezzare l’esteriorità di Rambo Santanché: giubbotto verde vomito, jeans attillati, zazzera sparsa, lenti scure da aviatore. dsantanché Un aspetto brutale, minaccioso, arricchito dalla compagnia di qualche aitante testa rasata in giacca e cravatta a farle da scorta. Pare che Rambo Santanché volesse sensibilizzare i fedeli sulla questione della libertà personale, usando come pretesto non so più che legge del millenovecentosettantaeacchiappalo che proibisce di circolare a volto coperto. Poiché Rambo Santanché non ha tempo per la pedagogia e, figuriamoci, le buone maniere; poiché Rambo Santanché è un guerriero che va per le spicce, che fa del pragmatismo la propria morale; poiché Rambo Santanché mica vuol fare della dialettica ma imporre la sua virtù agli Untermenschen, il contegno più appropriato è parso l’attacco, sono parse le grida, le azioni di guerriglia, l’assalto alla mandria in stile Sioux, infischiandosene bellamente del rispetto per una cerimonia religiosa diversa e del relativismo culturale. A destra l’altro è un nemico, il suo costume un rischio, i suoi diritti delle largizioni, la convivenza un ingombro. Se fosse successo il contrario, se cioè una combriccola d’islamici avesse assediato la gente all’uscita da messa, urlandogli contro improperi sui preti pedofili, la schifosa ricchezza della Chiesa, le folli asserzioni sull’Aids, che cosa sentiremmo per radio, tv, eccetera? Secondo voi un pugno non ci sarebbe scappato? Io penso anche più d’uno. Insomma, Rambo Santanché dice d’esser stata abbattuta da un bruto islamico; gli islamici per parte loro dicono che Rambo, nel tentativo civilizzatore di strappare dalla testa di una donna un velo, sia rovinata a terra e abbia urtato lo spigolo di qualche macchina. Può darsi. Vicenda affascinante. Anche in Germania, negli anni che furono, i nazisti aspettavano gli ebrei fuori dalle sinagoghe. Qui i nomi cambiano ma il risultato è lo stesso. Lo saranno anche le conseguenze?

Il pezzo da novanta, il carico da undici, la schioppettata finale è arrivata la sera, intorno alle 22. Benemerita Raitre. Benemerito Riccardo Iacona.

C’è un servizio che fa un’inchiesta sulla situazione della sicurezza, il non argomento grazie al quale l’attuale governo, nel 2008, ha stravinto le elezioni. Il bravo cronista prende un esempio eclatante: lo stupro e l’omicidio di una ragazzina, a Guidonia, il febbraio scorso. Ricordate? Una banda di romeni, subito arrestata grazie alle intercettazioni mentre si discuteva di proibirle, sottratta al linciaggio della folla dai poveri carabinieri al momento dell’uscita dal commissariato. Si parlò di pena esemplare, di sicurezza da intensificare, trattati di circolazione nell’Ue da rivedere, e quant’altro. Di quell’evento furono figlie le ronde e i pattugliamenti congiunti di polizia ed esercito. Propaganda della più becera, videotrasmessa ventiquattro su ventiquattro. Cos’è successo dopo sei mesi, si domanda il cronista? Sono state mantenute le promesse? Come potrete figurarvi, no. La situazione è tale e quale a prima. Il servizio, del tutto imparzialmente, procede secondo un filo logico inappuntabile: interviste alle forze dell’ordine, interviste a vittime di furti e rapine, interviste a quadri dell’amministrazione. La realtà è che la zona di Tivoli-Guidonia, comprendente centomila abitanti, è servita da una sola pattuglia, per cui i poliziotti o i carabinieri non sono materialmente in grado di far fronte alla mole intensa delle richieste. La gente si lamenta, vive terrorizzata, e si rintana in villette-fortezza. Chi altro, se non il governo della tolleranza zero, dovrebbe provvedere? Ma i soldi non ci sono, anzi la Finanziaria 2008 ha operato così tanti e tali tagli di risorse, che solo lo spirito di lealtà delle forze dell’ordine al proprio dovere ha impedito il peggio, ossia l’anarchia. Loro sì eroicamente, non come certi militi costruttori di “pace”. Poi si passa a Torino, dove si seguono le comiche peripezie di una ronda leghista. Gli esponenti della colonna torinese hanno pance tanto enormi da farli claudicare, intanto che battono il territorio (magica parolina del vocabolario padano). Sono vecchi, uomini, senza dubbio non grandi lettori, e per loro la legge è ciò che esce dal cervello di Bossi. Pensate un po’. Ebbene, le riprese seguono una di queste famose ronde, e, cosa sorprendente davvero, ritrae una lunga processione nella quale questi figuri col fazzoletto verde perlustrano vie neanche troppo buie protetti da un cordone di poliziotti e carabinieri. Capito? Perciò se due o tre volanti devono andare appresso ai rondisti, è evidente che larghe parti della città rimangono sguarnite. Con buona pace della sicurezza. A riguardo, l’intervista fatta a tre poliziotti sgombra il campo da ogni equivoco: essi dicono chiaro e tondo che le ronde sono un intralcio perché stornano forze e risorse, sono un pericolo in primo luogo per loro stesse, e poi non sono utili nemmeno ai fini di un arresto – per arrestare una persona servono prove, non sospetti.  Chi di voi indovina quali sono i soliti sospetti dei rondisti? Facile, no? Immigrati, zingari, barboni. L’uomo nero.

A chi servono, dunque, le ronde? Servono ai partiti, ai partiti di estrema destra, xenofobi, populisti, razzisti. Guardate, c’è già una discreta letteratura in materia. Meglio, una storiografia. Meno di tre mesi fa, a Massa, due ronde si sono incrociate e pestate davanti un bar. Motivo dello scontro: divergenze ideologiche. Risultato: vigili urbani e carabinieri accorsi per dividere i gruppi di cretini. Roba da ridere. Fino a un certo punto, però. Infatti c’è chi questa possibilità di organizzare ronde personalizzate l’ha presa molto sul serio – e, secondo il mio parere, in un modo aberrante, spaventoso. Sto parlando di Gaetano Saya e i suoi sodali, riuniti sotto le insegne del cosiddetto Partito Nazionalista, di cui la Guardia Nazionale Italiana è un’emanazione. ronde_nere Vi dicono niente le divise, la fascetta, il braccio teso e l’aria invasata? Sì, sono identici alle SA hitleriane, le truppe d’assalto, le camicie brune, i picchiatori del nazionalsocialismo (almeno finché Hitler stesso non decise di liquidarle, dato il loro carattere estremista. Pesante, facevano paura perfino ad Hitler!). Be’, questo signor Saya sa il fatto suo, è organizzato, ricco, non si vergogna di essere fascista (a differenza di molti che oggi siedono su comode poltrone), ed ha uno scopo tanto semplice quanto orribile: ripulire l’Italia dagli stranieri. Solo chi ha sangue italiano, secondo Saya, può vivere in Italia. Vivere? Non è un messaggio sinistro? Ora, immaginate che questi soggetti hanno in dotazione addirittura un elicottero, si ispirano a Pinochet e affermano d’avere diecimila riservisti pronti a morire per la patria. A chi dicono grazie? Ma a Maroni, ovviamente. Se non fosse per lui, sarebbero ancora in giardino a giocare alla seconda guerra mondiale con le spade di legno. L’unica cosa che parzialmente mi consola è che la Procura di Genova ha avviato un’indagine su quest’ammasso di fesserie, e di tutto cuore mi auguro si riesca a smantellare l’organizzazione. Non esiste libertà di pensiero che giustifichi simili enormità. Non esiste democrazia che possa tollerare simili comportamenti. Non dovrebbe esistere, infine, un popolo tanto stolto da avallarli.

Io provo abbattimento, sdegno, imbarazzo, rabbia. Che anno è, il 1933? Quasi.

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