Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Alleluia

Pubblicato da sandro su 28 Ottobre, 2009

Bella giornata, ieri. Bella giornata d’autunno, col cielo chiaro e le foglie degli olmi d’un giallo accecante. Meteorologicamente, una bellissima giornata. Una di quelle nelle quali, potendo scegliere, non spiacerebbe morire, perché negli occhi resterebbero solo immagini piacevoli.

Politicamente, una giornata schifosa. Come ogni giorno, dopotutto. Noi non abbiamo il diritto di vivere in un paese normalmente civile.

Dunque, le danze si sono aperte con la corte d’appello di Milano che conferma la sentenza emessa in primo grado sul corrotto David Mills e il corruttore Silvio Berlusconi; sono poi proseguite con le dimissioni di Piero Marrazzo e l’uscita di Francesco Rutelli (seguito da qualche altro rottame, speriamo anche da Paola Binetti) dal Pd; si sono trionfalmente concluse con Silvio Berlusconi che telefona in diretta a Ballarò e vomita contro la magistratura italiana le solite, vergognose accuse di comunismo. Ah, non vi dico la soddisfazione di andarsi a coricare dopo una serie d’emozioni come questa!

L’orribile verità che Berlusconi non può accettare trapeli in modo esplicito concerne la natura illegale di quasi tutti i suoi traffici passati, prima che ci onorasse della discesa in campo. Il magnifico, augusto imprenditore entra ed esce dalle aule dei tribunali da qualcosa come trent’anni a causa sua e non di altri. I processi che ha sulle spalle non sono nati come i funghi, una notte, irragionevolmente. I processi sono la logica conseguenza di altrettanti comportamenti scorretti, contro la legge, per perseguire i suoi affari. La disarmante evidenza di tale assunto cozza però con le incredibili, spudorate menzogne che lui e suoi corifei propinano quotidianamente all’inadeguato pubblico italiano. Pubblico, come sua maestà l’ha spesso definito. Come quello dei programmi culturali delle sue televisioni. E poiché la realtà, la verità è quella illustrata dalle sue televisioni, non ne può esistere un’altra, non ci può essere una metarealtà, cioè una realtà superiore, fattuale, che trascenda quella stabilita. Eppure esiste, esiste eccome. Basta volersi informare. I 600mila dollari che Mills ha ricevuto da Finivest quale ricompensa per lo sporco lavoro di mentire sotto giuramento allo scopo di proteggere mister B., sono citati dallo stesso Mills in una lettera scritta al suo commercialista, e una lettera dal simile contenuto diventa per forza una prova inoppugnabile. Elementare, direbbe Sherlock Holmes. Solo gli stralci dei processi, le leggi ad personam e i pretestuosi impedimenti addotti dalla difesa berlusconiana hanno ritardato così a lungo lo scontato verdetto. Scontato, perché si tratta solo di applicare la legge. Ma Berlusconi non sopporta la legge, anzi per lui chi la fa rispettare è antropologicamente diverso dal resto dell’umanità, un matto. Il poveraccio la notte non deve più chiudere occhio, tale è la paura di finire dietro le sbarre, e io attendo quel momento da troppo tempo. Ora però leggo che il fido Niccolò Ghedini, luminoso esempio di avvocato nonché di deputato, sta studiando l’ennesimo provvedimento per sfuggire il capo alla giustizia. Perché, sapete, questo campione della giurisprudenza ha avuto il coraggio di affermare davanti la Corte Costituzionale che il capo è primus super pares, cioè al di sopra della legge. Elementare, Watson. Sia lodata la Costituzione figlia della Resistenza! Leggo inoltre che una nuova leva è stata assoldata per la bisogna: Giulia Bongiorno, quella che dice che Andreotti non è mafioso. Ottima, ottima coppia, ci sarà da ridere. Per niente ridere ha invece fatto lo stesso Berlusconi nella tarda serata di ieri, quando è intervenuto telefonicamente a Ballarò. Siccome i servitori Alfano e La Russa non menavano abbastanza bene Floris, colpevole di dare una notizia, ci ha pensato il padrone stesso. Arrogante e maleducato e bugiardo as usual. Di nuovo ha tirato fuori la sciagura della persecuzione giudiziaria, dei magistrati comunisti, dell’informazione in mano alla sinistra. E poi ha detto che è il migliore, che il governo è fantastico, che la crisi non sa nessuno cosa sia. Normalissimo.

Normali, sebbene immerse in una vicenda triste, sono piuttosto le dimissioni di Marrazzo. C’ha messo due o tre giorni, ma alla fine le ragioni di stato sono prevalse. Salvare l’onore delle istituzioni era fondamentale, ancor prima di far luce sulle sue scene private. Il caso Marrazzo non è paragonabile a quello Berlusconi. E’ molto meno, per quanto ci è dato di sapere finora. Nessuno scambio elettorale, nessuna promessa clientelare, nessuna contraddizione etico-morale-legislativa, nessun velinismo. Una storia di estorsione nella quale la vittima è lui e i carnefici dei pubblici ufficiali. Vedremo adesso se ci saranno sviluppi, ma intanto non possono più nuocere: Marrazzo a sé stesso e alla cosa pubblica; i 4 carabinieri alla legalità.

Rutelli che se ne va è il più grande risultato politico del Pd dalla sua fondazione. E io ho contribuito a cacciarlo, votando alla primarie. Ringraziatemi. Due euro spesi davvero bene. Pare che anche Binetti minacci d’andarsene, e con lei molti invasati clerico-cattolici. Alleluia!

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Maccartiset

Pubblicato da sandro su 16 Ottobre, 2009

Riprendo dal blog di Piero Ricca questo disgustoso servizio di squadrismo pseudogiornalistico ai danni del cittadino-giudice che ha condannato Fininvest (in primo grado) a risarcire con 750 milioni di euro il gruppo Cir di De Benedetti per essersi aggiudicata Mondadori con la corruzione. Io sono veramente indignato, preoccupato, e infastidito dall’imperversante accento lombardo che popola la televisione. Scusate, ma sono trevigiano… non è un appunto discriminatorio, bensì musicale.

Siamo da tempo in pieno maccartismo. La caccia all’uomo non è rivolta ai sospetti comunisti, come nell’America degli anni cinquanta. Ma a coloro che nell’esercizio della propria libertà di opinione o nello svolgimento della propria funzione professionale risultano sgraditi al gruppo di potere capeggiato da Silvio Berlusconi. Il network operativo ormai ha meccanismi collaudati, a sua disposizione servizi segreti, giornali di regime, commissioni parlamentari, uffici mnisteriali, membri governativi del Csm, avvocati su misura, tirapiedi televisivi, calunniatori professionali più uomini di fatica fuori scena per le iniziative speciali. Sono le nuove squadracce fasciste. Non usano l’olio di ricino ma la diffamazione. C’è un’unica regia, che prende ordini dirattamente dal capo. Per uccidere le ragioni di chi si avverte nemico se ne uccide la reputazione pubblica e lo si costringe a difendersi da false accuse. I “nemici” del padrone – giornalisti, magistrati, uomini di cultura, attivisti, artisti, oppositori dalla schiena dritta, più qualche testimone di giustizia – devono apparire tutti loschi, disonesti, falsi, ideologicamente orientati e deviati, dalla vita privata disordinata, privi di credibilità se uno li conosce bene. L’effetto propagandistico si unisce a quello intimidatorio: chi si sentirà di andar contro gli interessi del capobanda la prossima volta? Il penultimo fu Dino Boffo, colpevole di aver flebilmente criticato il duce: distrutto non per le sue idee, ma per un suo errore privato strumentalizzato ad arte. L’ultimo – almeno per ora – è Riccardo Mesiano, il magistrato che giudicando in sede civile la causa Cir-Mondadori ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni. “Su questo ne sentirete delle belle”, aveva annunciato il capo. E infatti. Gli si mputa di aver parlato di politica con gli amici in un ristorante tre anni fa, di aver rinviato al 2011 una causa civile, di essere stato promosso dal Csm dieci giorni dopo la decisione sgradita, lo si mette alla berlina in momenti di vita privata ritraendolo come un eccentrico, malvestito, tabagista accanito, inadatto alla professione di magistrato. Si ventila che la sentenza non l’abbia scritta lui, ma gli avvocati di De Benedetti, come se fosse un Vittorio Metta qualsiasi. Chi sarà il prossimo? Forse Roberto Saviano (qualcuno già dice che non merita la scorta), se salirà ancora su un palco in difesa dell’indipendenza della cultura e dell’informazione: un chiaro segno di ostilità al governo, secondo il network maccartista. Solidarietà intanto al giudice Mesiano, in fiduciosa attesa che il garante della Costituzione trovi il coraggio di parole chiare, prima che le squadracce ricevano l’ordine di accanirsi defintivamente su di lui.

Piero Ricca

www.pieroricca.org

16 ottobre 2009

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Ad integrazione (imperdibile)

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

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Fabio Volo e i testimoni di Geova

Pubblicato da prescinseua su 14 Ottobre, 2009

In un articolo di grandissimo interesse e ricchissimo di riferimenti televisivi e non, apparso alcune settimane fa su Il Manifesto, Daniele Luttazzi spiegava ai lettori la differenza tra satira genuina, carnascialesca si potrebbe dire, sovvertitrice per un istante del potere dei forti e scopritrice di un pezzo di realtà di solito sottaciuta, e satira fascistoide. Quest’ultima in particolare sarebbe la satira che deride il debole, che prende per i fondelli il diverso dalla maggioranza, che schernisce la vittima. Ridere anche con questa seconda forma di satira (o spesso banale comicità) è persino inevitabile dati i meccanismi mimetici, la tecnica teatrale, che stanno all’origine dell’ilarità. Diventa quindi nella pratica alquanto difficile distinguere satira genuina da satira volgare, fascistoide come la chiama Luttazzi, dal momento che non è la battuta in sé a farci ridere, ma il modo in cui essa viene raccontata. Uno spettatore preparato dovrebbe in generale sentire un minimo di rimorso dopo aver riso per una battuta fascistoide, ma in Italia – riprendo sempre Luttazzi – la satira di questo tipo avrebbe ormai preso il sopravvento a tal punto da spingere gran parte degli spettatori a considerare la derisione della vittima come il più sublime grado della satira.

L’articolo mi è tornato in mente durante la visione del filmato qui in calce. Si tratta di uno sketch (come si chiamavano un tempo) di Fabio Volo trasmesso non so bene quando nella trasmissione di Italia 1 ‘Le Iene’ che uno dei miei contatti su Facebook ha aggiunto al proprio profilo. Ebbene, questo filmato mi sembra un gran bell’esempio di satira fascistoide:

- c’è una minoranza – nella fattispecie, una minoranza religiosa – messa alla berlina per un aspetto della propria pratica religiosa;
- c’è un attore – Volo – che si erge a succedaneo dello spettatore e quindi, implicitamente, ad ‘italiano medio’, rappresentativo del sentire comune, della maggioranza, e pertanto più uguale degli altri;
- ci sono conseguentemente l’accettazione neanche troppo tra le righe dell’equazione italiano=cattolico e quindi l’estraneità al nostro panorama socio-culturale della suddetta minoranza, come dimostrano del resto le loro fastidiose pratiche religiose;
- c’è infine tutta una serie di situazioni messe in atto dall’attore e dal suo colorito seguito da recita natalizia al fine di ‘convincere’ la minoranza in questione della propria ridicolità e fastidiosità;
- c’è la doppia precisazione – chiaro indizio di coscienza doppiamente sporca – di Volo del profondo rispetto che lo animerebbe verso tutti i credi (ci mancava solo che dicesse: ho tanti amici testimoni di Geova…).

Va detto a onor del vero che anche la rappresentazione del cattolico fatta da Volo è assai irriverente. È indubbio però che la presa in giro del testimone di Geova è infinitamente più forte, se non altro perché questo è l’obiettivo esplicito di tutta la messa in scena, ma anche in ragione della posizione socio-culturale mille volte più debole delle minoranze religiose nell’Italia del 2009. In più non è – ebbene sì, anche moralmente – sostenibile che la caricatura dell’uno possa compensare in qualche modo la derisione dell’altro, come sembra implicitamente evincersi dal tono del filmato.

Questo non significa, per riprendere Luttazzi, che sia di fatto impossibile parlare dei testimoni di Geova in un contesto ironico. Se un ebreo fa una battuta sugli ebrei, beh, fa autoironia e non umorismo antisemita. Idem per qualsiasi altra minoranza. Ma, per così dire, è giusto che anche i gentili possano fare battute sugli ebrei. Solo, c’è modo e modo. Se il Volo avesse creato una situazione comica in cui la mattina in pigiama e semiaddormentato avesse aperto la porta ai testimoni di Geova per chiedere pietà e qualche spiegazione sulle loro ragioni (o qualcosa del genere…non sono un comico, solo un telespettatore), si sarebbe creato un momento ironico, certo, ma tutt’altro che superficiale, volgare, qual è quello nel filmato, un momento che strappa una risata e allo stesso tempo fa pensare, fa conoscere il proprio vicino, fa – o mio dio! – imparare. Ma questo richiedeva preparazione, interesse, curiosità verso l’Altro, tutte virtù che la redazione delle Iene evidentemente non ha ritenuto di dover far esercitare agli italiani in questo specifico frangente. Che dire ancora? Forse ha davvero ragione Luttazzi. Se anche Volo, che è persona di solito assai delicata e leggera nelle proprie battute, si lascia andare a simili bassezze, beh, forse davvero in Italia la satira è morta da tempo senza che neppure ce ne accorgessimo.

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La battaglia dei giornali

Pubblicato da sandro su 13 Ottobre, 2009

Negli ultimi due giorni chi ha letto i giornali ha assistito ad una vera battaglia. L’hanno cominciata Eugenio Scalfari, su Repubblica, e Marco Travaglio, sul Fatto. L’ha proseguita Ferruccio De Bortoli, sul Corriere. Si sono aggiunti Polito, Belpietro e Minzolini. La battaglia non è contro lo scandalo perenne della politica depravata, bensì fra giornale e giornale, con accuse appena velate di giacobinismo da una parte all’altra. Seguono qui sotto gli articoli in questione. Io sto con Scalfari e Travaglio.

IL CAIMANO SI PREPARA PER L’ULTIMA SPALLATA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 11 ottobre 2009

A ME sembra che Silvio Berlusconi sia sottovalutato dai suoi avversari e mal compreso nella logica con la quale persegue i suoi obiettivi. Vengono messi in risalto i suoi errori, le sue gaffe il suo parlarsi addosso e li si attribuiscono ad un prevalere della sua pancia (per dire dei suoi istinti) su una debole razionalità.
Ebbene non è così. Lo conosco da trent’anni e nei primi dieci ho avuto con lui una frequentazione intensa e alquanto agitata.

Non era ancora un uomo politico ma alla politica era già intimamente legato; sia la fase dell’immobiliarista sia quella successiva dell’impresario televisivo erano intrecciate e condizionate dai suoi rapporti politici. Imparò presto a muoversi come un pesce nell’acqua. Poi l’esperienza politica diretta ha perfezionato un innato talento. Perciò – lo ripeto – non è affatto uno sprovveduto in preda ad istinti irragionevoli, salvo quelli sessisti. In quel campo gli istinti lo dominano e l’hanno spinto a commettere errori inauditi; ma in tutto il resto no.

Conosce il suo carattere e lo usa. Conosce la sua tendenza alla megalomania e all’egolatria e la usa. Usa perfino le sue gaffe. L’insieme di queste movenze costituiscono una miscela formidabile di populismo, demagogismo, culto della personalità. In altri Paesi un decimo se non addirittura un centesimo di ciò che dice e che fa avrebbero provocato la sua messa fuori gioco. In altri Paesi il suo mostruoso conflitto di interessi avrebbe impedito il suo ingresso nell’agone politico; non esiste infatti in nessun Paese del mondo un capo di governo proprietario di metà del sistema mediatico e contemporaneamente possessore dell’altra metà.

Ma in Italia questo è possibile. Attenti però: non è un incidente di percorso. La vocazione degli italiani ad innamorarsi di personaggi come Berlusconi fa parte della storia patria. Per fortuna non è la sola vocazione; convive con caratteristiche differenti e anche opposte. Ma quell’innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il Paese nel peggio. Non è ancora avvenuto, ma siamo già abbastanza avanti nella strada che può portarci ad una catastrofe.
* * *
Da questo punto di vista le due sentenze emesse nei giorni scorsi rispettivamente dal Tribunale di Milano sul lodo Mondadori e dalla Corte costituzionale sulla legge Alfano hanno prodotto un’accelerazione che Berlusconi considera provvidenziale per l’attuazione dei suoi piani. L’ira iniziale che l’ha invaso – che viene dalla sua pancia – è stata rapidamente razionalizzata.

L’attacco contro la Corte, contro la magistratura, contro il Csm, contro il Presidente della Repubblica, è proseguito a mente fredda. Non è più ira, è strategia pensata e messa in atto, la spallata finale che dovrà portare l’Italia istituzionale e costituzionale a cambiare volto radicalmente: da repubblica parlamentare a repubblica autoritaria dove tutti gli organi di garanzia siano cancellati o ridotti ad esanimi fantasmi e dove conti soltanto il plebiscito popolare incitato dagli appelli continui alle pulsioni populiste che covano nella pancia di molti. Questo spiega l’allarme esploso nell’opinione pubblica internazionale.

Lo stupore e anche lo sberleffo che nei mesi scorsi si è manifestato sui giornali di tutto l’Occidente al di qua e al di là dell’Atlantico è diventato negli ultimi quattro giorni una preoccupazione generale e l’Italia è diventata il malato di una malattia infettiva.

In altre circostanze questa reazione avrebbe indotto ad un sussulto di prudenza, ma sta invece accadendo l’opposto; il populismo contiene infatti un’abbondante dose di vittimismo che lo rafforza e lo indirizza verso forme di autarchia psicologica delle quali la Lega è da tempo il più esplicito rappresentante e che trovano nel berlusconismo un importante amplificatore.
Le due sentenze sono impeccabili dal punto di vista tecnico – giuridico.

Quella del Tribunale civile di Milano non fa che confermare quanto contenuto nella sentenza di condanna di Cesare Previti per corruzione di magistrati e di Berlusconi per la stessa ragione con il reato però caduto in prescrizione. Agli effetti penali ma non civili. La quantificazione del danno è secondaria.

La sentenza della Corte che definisce incostituzionale la legge Alfano ha come caposaldo l’articolo 3 della Costituzione che stabilisce la parità dei cittadini di fronte alla legge. Questo è il punto di fondo; l’altro elemento invalidante, e cioè la necessità di procedere con legge costituzionale anziché con legge ordinaria, è secondario perché deriva necessariamente dal primo elemento.

Chi accusa la Corte di incoerenza sostiene una tesi priva di senso; anche nella sentenza del 2004 sul cosiddetto lodo Schifani la Corte aveva infatti eccepito la violazione dell’articolo 3. E quindi, se l’articolo 3 risulta violato fin dal 2004, ne segue ineccepibilmente che per ristabilire l’equilibrio costituzionale bisogna procedere con legge costituzionale e non con legge ordinaria. Dov’è l’incoerenza? La legge Alfano aveva ripristinato l’adempimento all’articolo 3 o il suo emendamento? No.

È quindi perfettamente coerente che, di fronte ad un nuovo ricorso, la Corte lo giudicasse ammissibile. Gli avvocati del premier che proclamano l’incoerenza mentono sapendo di mentire. E i media che non chiariscono un punto così fondamentale ai loro ascoltatori e lettori, sorvolano anzi tacciono del tutto su un punto di capitale importanza e danno adito ad una macroscopica disinformazione.
* * *
A questo proposito viene acconcio citare l’articolo uscito ieri sul “Corriere della Sera” e firmato dal suo direttore. L’ho letto e ne sono rimasto colpito e profondamente rattristato. Sono amico di Ferruccio De Bortoli anche se spesso in questi ultimi mesi ho dissentito dalla sua linea giornalistica. Ma in casa propria ciascuno decide liberamente a quale lampione e con quale corda impiccarsi.

L’articolo di ieri va però assai al di là del prevedibile.
Poiché Berlusconi il giorno prima aveva rimproverato il “Corriere della Sera” d’essere diventato di sinistra, il direttore di quel giornale manifesta il suo stupore e il suo dolore. Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l’attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura. Infine ribadisce la natura liberale che storicamente il giornale da lui diretto ha sempre seguito e nello stesso numero pubblica un’intervista a piena pagina con Marina Berlusconi, con splendida foto nella quale la figlia del leader rivaleggia con una Ava Gardner bionda anziché mora, che in quel contesto assume inevitabilmente una funzione riparatoria per qualche birichinata di troppo.

Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso. E ridotto ad attaccare noi di “Repubblica“, faziosi e farabutti per definizione, per marcare la propria differenza.

Noi siamo liberali, caro Ferruccio. Liberali veri. Non abbiamo pregiudizi, ma vediamo sintomi ed effetti d’una deriva che minaccia le sorti del Paese.
Vediamo anche la totale inefficienza di questo governo che non ha attuata nessuna delle promesse e degli impegni assunti con il suo elettorato salvo quelli che recano giovamento personale al premier e ai suoi accoliti.

Voglio qui ricordare un non dimenticabile articolo di Barbara Spinelli pubblicato dalla “Stampa” di qualche settimana fa, che forse De Bortoli non ha letto. Mi permetto di consigliargliene la lettura. I giornali ricevono molte querele e molte citazioni per danni, ricordava la Spinelli. Fa parte della rischiosa professione giornalistica e degli errori che talvolta vengono compiuti.

Ma quando è il potere politico e addirittura il capo del governo a tradurli in giudizio perché hanno osato porgli domande scomode, quando questo avviene – ha scritto la Spinelli – i giornali che sono in fisiologica concorrenza tra loro fanno blocco comune e quelle stesse domande le pongono essi stessi, le fanno proprie per togliere ogni alibi ad un potere che dà prova di non sopportare il controllo della pubblica opinione. La stampa italiana – concludeva – non ha fatto questo, mancando così ad uno dei suoi doveri.

Si può non esser d’accordo con il codice morale e deontologico della Spinelli (peraltro seguito da tutta la stampa occidentale) e non mettere in pratica le sue esortazioni. Ma addirittura accusare noi d’una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo. A tal punto è dunque arrivato il potere di intimidazione che il governo esercita sulla libera stampa?

Ricordo, a titolo di rievocazione storica, che Luigi Albertini incoraggiò il movimento fascista dal 1919 al 1922; gli assegnava il compito di mettere ordine nel Paese purché, dopo averlo adempiuto, se ne ritornasse a casa con un benservito. Ma nel 1923 Mussolini abolì la libertà di stampa e instaurò il regime a partito unico, le cui premesse c’erano tutte fin dal sorgere del movimento fascista. A quel punto Albertini capì e cominciò una campagna d’opposizione senza sconti, tra le più robuste dell’epoca. Purtroppo perfettamente inutile perché il peggio era già accaduto, il regime dittatoriale era ormai solidamente insediato e l’ex direttore del “Corriere della Sera” se ne andò a consolarsi a Torrimpietra.

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del “Giornale” le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al “Corriere della Sera” quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

UNA RISPOSTA A SCALFARI E TRAVAGLIO

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Marco Travaglio su Il Fatto di ieri, quotidiano al quale formulo i miei auguri, mi accusa sostanzialmente di non avere sufficiente schiena dritta nei confronti del premier. Non condivido in nulla il modo di fare giornalismo di Travaglio, ma ne difendo la libertà d’espressione. Quando ero amministratore delegato della Rcs Libri, alcuni azionisti di questo gruppo (che a volte assomigliano al consiglio di sicurezza dell’Onu, tanto sono diversi fra loro) mi chiesero di non pubblicare più i suoi libri presso la Bur Rizzoli. Io mi opposi fermamente. E non per un calcolo economico. Travaglio ci rimprovera di aver nascosto la notizia di Patrizia D’Addario e poi diventata famosa in tutto il mondo. Non è così. Intanto è stato uno scoop del Corriere . Certo, l’abbiamo pubblicata con la dovuta cautela e tutti punti interrogativi di una vicenda ancora oggi poco chiara. Altri due giornali, che l’hanno avuta prima di noi, non l’hanno pubblicata. E non l’abbiamo trasformata poi in un’eroina del femminismo. Travaglio si lamenta dello spazio eccessivo dato a Marina Berlusconi e a Tarak Ben Ammar, che fanno parte del consiglio di Mediobanca, uno dei nostri azionisti.

Ringrazio Travaglio per avermi formulato questa critica perché mi dà l’opportunità di parlare del mio rapporto con l’azionariato.

Il Corriere ha tra i principali soci la Fiat eppure ciò non ha impedito al giornale di esprimersi contro la concessione di altri incentivi al gruppo torinese. Hanno ragione le piccole aziende e i professionisti a dolersene: i loro dipendenti non sono diversi dagli operai e dagli impiegati del gruppo torinese, specie nel momento in cui la famiglia Agnelli si candida ad acquistare, a debito, la Fideuram da Intesa Sanpaolo.

Anche questa grande banca fa parte dei nostri azionisti. Ne abbiamo svelato il profondo contrasto che divide l’anima piemontese da quella lombarda. E nello scandalo del credito col contagocce, siamo convinti che le piccole banche si stiano comportando meglio delle grandi. E l’Alitalia che è stata salvata da una cordata con dentro molti degli altri nostri azionisti? Un errore, l’ho sempre pensato e scritto.
Devo andare avanti?
E veniamo all’editoriale di Eugenio Scalfari sulla Repubblica che ho trovato ingiusto e insultante. Mi dispiace molto. Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato. Sulle querele ho già detto quello che penso. Ed Ernesto Galli della Loggia ha preso posizione sul Corriere sul fatto che le querele a Repubblica e all’ Unità fossero sbagliate e gravi. Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?

p.s. Ringrazio infine i colleghi di Repubblica che mi hanno espresso solidarietà dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi alle quali il loro giornale non ha dedicato nemmeno una riga.

UN’INFORMAZIONE LIBERA E CORRETTA

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Non potevamo ri­cevere miglior at­testato dell’indi­pendenza del Corriere . Nel giro di due giorni siamo stati attaccati sia da destra sia da sinistra. Al Cavaliere non sono anda­te giù le inchieste di Bari, svelate per primo dal Corrie­re , né forse alcune posizioni che abbiamo ospitato sul lo­do Alfano, sullo scudo fisca­le o la difesa delle regole co­stituzionali. Marco Trava­glio ed Eugenio Scalfari, che ieri hanno scritto sui ri­spettivi giornali, Il Fatto e la Repubblica , (a loro rispondo a pagina 12) ci rim­proverano sostanzialmente di non far parte dell’eserci­to mediatico che Berlusconi lo vorrebbe mandare a casa senza chiedere agli italiani se sono d’accordo.

Un giornale non è un par­tito. L’informazione è corret­ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan­do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri­ma se giova o no alla pro­pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi­nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen­te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol­te di firme. Tutti liberi di far­lo, naturalmente. A volte con qualche ottima ragione. Ma senza trattare poi coloro che non vi aderiscono come alleati di fatto del nemico o pavidi spettatori. Gli avveni­menti sono spesso manipo­­lati, piegati alla bisogna. Trionfa la logica dell’attacco personale, della delegittima­zione morale. C’è il regime in Italia, come scrivono alcu­ni giornali stranieri? No, e la pronuncia della Consulta lo dimostra. La libertà di stam­pa è in pericolo? Le querele sono gravi e da condannare, specie se vengono dal pote­re a scopo intimidatorio, ma il pluralismo c’è, nono­stante tutto. Il premier deve rispondere alle domande? A tutte, anche alle più reitera­te e innocue. Purtroppo, pe­rò, le regole di base di que­sta professione sono salta­te. Chi non si mette un el­metto e si schiera è un tradi­tore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico.

Una buona e corretta in­formazione, scriveva Luigi Einaudi, che collaborò a queste colonne, fornisce al cittadino gli ingredienti, non avariati, per deliberare, per essere più responsabile e libero. E non un tifoso an­cora più assetato del sangue dell’avversario. Noi restia­mo fedeli a questo spirito, nel rispetto dei valori costi­tuzionali e nel tracciato sto­rico di una tradizione libera­le e democratica. Al Corrie­re , che ha le sue idee, si ri­spettano quelle degli altri. Altrove no. Una tregua è og­gi necessaria. Berlusconi ha commesso (anche ieri) i suoi errori. Mostri più ri­spetto per le istituzioni e per la stampa, anche estera. Gli altri, per la volontà della maggioranza degli elettori. I giornali facciano il proprio dovere, fino in fondo. Il cli­ma conflittuale creato nel Paese ha qualcosa di inquie­tante e dovrebbe indurre tutti a fermarsi un attimo, a chiedersi se per abbattere l’avversario sia davvero ne­cessario bruciare l’intero edificio civile, istituzioni comprese, mostrando al mondo uno spettacolo in­giusto e amaro. L’Italia vera, per fortuna, è diversa.

“GUERRA DEI GIORNALI”, IL TG1 SI SCHIERA

di Gianluca Luzi, la Repubblica 13 ottobre 2009

ROMA – Il Tg1 di ieri sera, nell’edizione di massimo ascolto delle ore venti, ha dedicato un ampio servizio a quella che ha chiamato “la guerra dei giornali”. Venerdì scorso il presidente del Consiglio ha attaccato il Corriere della Sera durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, affermando che il quotidiano milanese è diventato di sinistra tradendo la borghesia moderata. Sabato il Corriere ha pubblicato la risposta del suo direttore al premier.

Nell’editoriale di domenica il fondatore de la Repubblica Eugenio Scalfari ha giudicato con severità la risposta di Ferruccio de Bortoli a Berlusconi, giudicata troppo indulgente con il capo del governo. Ieri il direttore del Corriere ha replicato a Marco Travaglio (che lo aveva attaccato su Il Fatto) e a Scalfari definendo il suo editoriale di domenica “ingiusto e insultante”.

Tutto questo mentre Berlusconi è tornato ad attaccare la stampa estera e ha chiesto agli industriali brianzoli di boicottare la Repubblica, come aveva fatto in giugno con i giovani imprenditori. Ieri sera il Tg1 diretto da Augusto Minzolini dopo aver accennato nel servizio ai guai con la stampa dei rispettivi paesi di Blair e Zapatero, ha dato voce a de Bortoli e ai direttori del Riformista Antonio Polito e di Libero Maurizio Belpietro. Nessuno, invece, a sostenere la tesi contraria.

Il direttore del Corriere della Sera ha ripetuto i concetti espressi sul suo giornale: “il premier sbaglia ad attaccare la stampa, ma sbagliano anche quelli che lo vorrebbero mandare a casa senza rispettare la volontà degli elettori”. È in atto uno scontro tra Repubblica e Berlusconi, mentre invece, per de Bortoli, “il buon giornalismo non veste alcuna divisa e non indossa alcun elmetto”, piuttosto “pubblica tutto con senso di responsabilità”.

Antonio Polito, direttore del Riformista, difende de Bortoli dalle accuse di Berlusconi e anche da quelle di Scalfari. Maurizio Belpietro, sostiene che Scalfari “vorrebbe arruolare anche il Corriere nella guerra forsennata contro il premier e vorrebbe che il Corriere partecipasse attivamente alle manifestazioni per la libertà di stampa”. Ma proprio questo dibattito dimostra per Belpietro che “in Italia la libertà di stampa esiste”.

Al Tg1 però non è andato in onda un dibattito perché era assente la voce de la Repubblica criticata dai tre direttori intervistati. Questo servizio del Tg1, per Scalfari intervenuto al telefono alla trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, dimostra “come si manipola il consenso: si attacca una persona che non può dire la sua”. Il fondatore di Repubblica si è anche detto sicuro che de Bortoli, presente nello studio tv di Lerner, non sarebbe andato al Tg1 se avesse saputo che non sarebbe stata ascoltata la voce di Repubblica. “Mi è stata chiesta una intervista”, ha risposto il direttore del Corriere. Scalfari ha anche contestato una affermazione di de Bortoli secondo cui esisterebbe “un esercito” di Repubblica. “Non esiste un esercito – ha risposto Scalfari – Come de Bortoli rivendica una funzione di giornalista e basta, noi rivendichiamo una funzione di giornalisti e basta”.

Scalfari definisce l’attacco di Berlusconi al Corriere “di sinistra”, “una chiamata alle armi, una intimidazione a de Bortoli”. E il direttore del Corriere “sbaglia a dire che non l’abbiamo mai difeso”, aggiunge Scalfari ricordando un suo articolo del giugno 2003, poche settimane dopo che “de Bortoli fu costretto alle dimissioni” dal premier. “Mai avrei accettato di avere limitazioni”, ha risposto de Bortoli all’ipotesi che ora, di nuovo al Corriere, avrebbe uno spazio più limitato. In chiusura, de Bortoli, sollecitato, da una domanda di Lerner, ha ammesso di avere sbagliato ad accettare l’invito di Porta a Porta in collegamento quando si discusse delle vicende private di Berlusconi. “In quelle condizioni non si partecipa al dibattito e io sono stato giustamente redarguito per non avere incalzato il premier”, ha detto de Bortoli.

IL CORAGGIO DELLA STAMPA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 13 ottobre 2009

Ho letto con doverosa attenzione la duplice risposta che Ferruccio de Bortoli ha dato al mio articolo di domenica scorsa per la parte che lo riguardava. Purtroppo è la risposta tipica di chi, non volendo confrontarsi con il tema in discussione, lo sposta su un altro obiettivo. Nel caso specifico sull’oggettività dei giornali o la loro faziosità. Aggiungo che ieri il Tg1 è anch’esso intervenuto a suo modo e a supporto di un resoconto di genere minzoliniano ha intervistato Belpietro e Antonio Polito i quali non hanno trovato di meglio che dichiarare la loro non appartenenza al mio partito e la loro solidarietà con il direttore del Corriere della Sera.

Questi due colleghi fanno da tempo parte organica del club di Bruno Vespa ed è evidente che prendano da me tutte le distanze possibili. Quanto a quello che viene definito “il mio partito”, la locuzione significa “le mie idee” che chiunque è liberissimo di non condividere. Ma se questa non condivisione diventa un fatto politico, bisogna domandarsene il perché e con ciò torniamo a de Bortoli.

Il tema della discussione da me aperta è quello di esaminare se la stampa italiana si stia rendendo conto della deriva in avanzato corso verso un regime autoritario, nella direzione voluta dal capo del governo. Una deriva che implica una concentrazione di potere nelle mani del presidente del Consiglio e un contemporaneo indebolimento o addirittura cancellazione degli organi di controllo e di garanzia ancora esistenti: magistratura inquirente e giudicante, autorità che sovrintendono a importanti settori a cominciare da quella “Antitrust”, poteri di controllo del Parlamento, Corte costituzionale, presidente della Repubblica, stampa e emittenti radio-televisive.

A nostro avviso una notevole parte della stampa e delle emittenti radio-televisive non sta informando i cittadini della gravità di quanto accade sotto i nostri occhi, smorza volutamente il significato dei fatti e dei comportamenti adottando il metodo così bene illustrato nei “Promessi sposi” laddove il Manzoni racconta il colloquio tra il Conte-zio e il padre generale dei Cappuccini al quale si chiedeva di trasferire in altra sede il combattivo fra Cristoforo che difendeva i poveri Renzo e Lucia dalle soperchierie di don Rodrigo. “Sopire, troncare, padre reverendo; troncare, sopire”. Così diceva il Conte-zio e così fu costretto a fare il generale dei Cappuccini. La conseguenza fu l’intimazione a don Abbondio di non eseguire quel matrimonio, il rapimento di Lucia, la fuga di Renzo. Non ci fosse stato il pentimento dell’Innominato e poi la peste, quel matrimonio non si sarebbe mai fatto.

Spesso la grande letteratura serve a capire i fatti quotidiani molto di più dell’acume di chi scrive sui giornali dove i don Abbondio abbondano. Sicché bastò un editto del premier a far buttare fuori dalla tivù Biagi e Santoro ed un altro più recente a far dimettere Giulio Anselmi dalla Stampa e Paolo Mieli dal Corriere della Sera.

Io mi guardo bene dall’augurarmi che de Bortoli condivida le nostre idee e capisco anche che – come scriveva il Manzoni – “il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”. Ma da qui a sottacere il significato della deriva italiana, morale, politica, economica, sbandierando come titoli di merito verso il governo gli articoli scritti in suo favore, quelli scritti a suo tempo contro il governo Prodi, infine la definizione di Repubblica come un gruppo editoriale nemico del premier e degli interessi del Paese, ebbene questo è un modo volutamente rassegnato di praticare una professione che ha come primo principio deontologico quello di controllare il potere ad ogni passo e in ogni istante.

I giornali non sono partiti ma sentinelle a guardia del pubblico interesse, che dovrebbero rimandarsi l’un l’altro la parola d’ordine e la risposta: “All’erta sentinella”, “All’erta all’erta sto”. Ebbene, era questa la risposta che speravo d’avere dal direttore del Corriere della Sera. Non l’ho avuta e me ne dispiaccio assai, non per me ma per lui.

De Bortoli sostiene che Repubblica non l’ha mai difeso quand’era sotto attacco da parte del potere politico. Hai una memoria debole, caro Ferruccio. E perciò cercherò di aiutarti a ricordare citando un mio articolo dell’8 giugno del 2003, poche settimane dopo le tue dimissioni dal Corriere della Sera.

“Misteriose dimissioni, è il meno che si possa dire, perché il protagonista della vicenda le ha blindate con la motivazione delle “ragioni private”, con la stanchezza d’una funzione esercitata per oltre sei anni e resa più difficile dalle frequenti pressioni del potere politico, del resto effettuate alla luce del sole. Ma resta un problema: come mai un governo di centrodestra che si dichiara in ogni occasione corifeo dei valori liberal-democratici, mette sotto accusa e attacca come traditore di quei valori un giornale che ha fatto del “terzismo”, dell’equidistanza tra le parti politiche in conflitto, della tecnica pesata col bilancino d’un colpo al cerchio e uno alla botte, la sua divisa e la sua funzione?”.

Quella mia domanda di allora è rimasta senza risposta ma è ancor più attuale oggi. De Bortoli dirige per la seconda volta il Corriere della Sera dopo l’esperienza conclusa nel 2003. Quell’esperienza è evidentemente ben viva nella sua memoria; adesso conosce meglio i limiti entro i quali può muoversi e li rispetta con maggiore attenzione. Perciò si preoccupa e si addolora se il premier, non contento della sua prudenza, lo avverte che dev’esser più attento e più docile.

Del resto, sempre in tema di direzione del Corriere della Sera, il nostro vicedirettore Massimo Giannini scrisse il 3 dicembre del 2008 un articolo di fondo intitolato “L’editto albanese”, quando durante una visita di Stato a Tirana, Berlusconi disse che Giulio Anselmi e Paolo Mieli “dovevano cambiare mestiere”. Scrisse Giannini: “Dietro quelle parole del Cavaliere c’è una visione totalitaria della democrazia che tra un editto e l’altro sta ormai precipitando in un’autocrazia”.
La cosa singolare è che tutta la stampa internazionale, quella progressista e anche quella conservatrice, considera il nostro premier come un personaggio che ha ormai sorpassato ogni limite accettabile. Dopo i suoi attacchi alla Corte costituzionale e al capo dello Stato lo descrive come un pericolo per tutti, portatore di un virus infettivo il cui solo contatto è rischioso. Leggete il Newsweek di questa settimana che è l’esempio più recente di questa preoccupazione.

Io vorrei, noi vorremmo, che la stampa italiana non fosse meno lucida e meno coraggiosa di quella internazionale. Mi sembra purtroppo un vano desiderio.

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Nessun silenzio sul potere

Pubblicato da sandro su 2 Ottobre, 2009

Annozero, ieri sera, ha sfiorato il 30% di share. Porta a porta, per intenderci, nella puntata coreana sull’Abruzzo – con Papi, Sansonetti e altri cortigiani in studio – arrancò al 15%.
Mi rifiuto di pensare che i telespettatori siano rimasti per più di due ore davanti allo schermo al solo scopo di vedere e sentire la fantomatica Patrizia D’Addario dal vivo. Penso piuttosto che la gente volesse finalmente chiarirsi le idee, capire di che cos’è che si parla, anzi si litiga, da aprile in qua. Ma non c’è niente da capire in questa squallida faccenda, tutto è straordinariamente limpido, intelligibile. Compendiati nell’affaire Tarantini, ci sono gli usi e i costumi di una nazione. La politica come mero maneggio di potere; il clientelismo come regola per debuttare nella società che conta; il corpo femminile, e con esso la dignità umana della donna, degradato a espediente, a esca, a mezzo di scambio.
La naturalezza con cui D’Addario ammetteva d’aver frequentato il cosiddetto premier per vedersi sbloccare gli intralci burocratici alla costruzione dell’agriturismo di famiglia, deve bastare ad indignare un paese ancor prima degli eventuali riflessi in materia d’etica. Certo D’Addario non ha scoperto l’acqua calda (i favoritismi nascono insieme ai primi germogli di comunità, evidentemente), ma se non altro ha il merito d’aver diffuso le prove della corruzione. Si tratta di una corruzione piccola, insignificante agli occhi di noialtri italiani, abituati a ben diverse misure; e tuttavia svela quanto profonda, marcia e depravata sia la disinibizione di un sistema autoreferenziale, autocratico e reclamistico quale il berlusconismo.
Non ha importanza che gli strilloni del Caimano, Belpietro e Porro, strepitassero, sminuissero, rimbeccassero. Non ha importanza perché l’evidenza non necessita di spiegazioni: il premier giace con una prostituta, le promette favori, la candida alle elezioni, e nel frattempo lusinga la Chiesa, impedisce che si legiferi in materia di diritti civili, ostenta un’irreprensibilità comica.
Ma il paradosso italiano è lungi dall’estinguersi: solo in Italia il suddetto premier poteva sproloquiare di moralità della politica davanti a una folla di adoranti terremotati e non venire travolto dalle risate – come diceva l’altrodì il Times.
Non rimane che augurarsi di vedere una bella manifestazione, domani a Roma. Prima che il silenzio ci uccida.

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Minzculpop

Pubblicato da sandro su 26 Settembre, 2009

Mentre la marmaglia fascista che governa questo paese sfigurato le prova tutte ma proprio tutte per far cadere un silenzio birmano intorno alle note vicende giuridico-sessual-politiche dell’Utilizzatore Finale (a proposito: signor Schifani, si vergogni e si dimetta); mentre insignificanti ciarlatani come Brunetta preannunciano fantomatici colpi di stato da parte della cosiddetta sinistra (che, per inciso, non sa nemmeno fare l’opposizione, figuriamoci quindi i colpi di stato) e gratuitamente ne offendono la tradizione culturale; mentre risibili guru padani si recano in visita ad altri risibili guru, stavolta cattolici; mentre gli indicatori economici descrivono una situazione inquietante, ecc. – mentre succede tutto questo, noi ci dobbiamo sorbire il Tg1, il direttore del quale viene affettuosamente chiamato “Minzo” dal sopraccitato U.F. Ottimo richiamo per un cagnolino ammaestrato.

Scrivo dopo aver subìto il telegiornale di Raiuno delle 20. Un’esperienza atroce – ma del resto è mai stato un piacere? Non sono andato oltre il primo quarto d’ora, anche perché il secondo quarto d’ora è di solito dedicato al Superenalotto, all’ennesimo delitto irrisolto, all’immancabile bizzarria australiana o portoghese, all’irrinunciabile coda sportiva dove si magnificano folle di evasori fiscali in pantaloncini corti e annessa velina.

Il sommario del primo quarto d’ora è questo:

-incontro Berlusconi-Ratzinger prima della partenza del pastore tedesco alla volta di Praga;

-viaggio del pastore tedesco a Praga;

-Annozero sotto inchiesta perché fa vero giornalismo;

-Fini e D’Alema “amoreggiano” alla festa del Pdl;

-Franceschini, vestito da montanaro, va a piantare la bandiera italiana sulle sorgenti del Po, lì dove Bossi trascina ogni anno i suoi compìti seguaci.

Di più non ho retto. Che indecenza. Che servilismo. Che regime.

Su Annozero ci tornerò sopra magari domani.

Il regime comunque è davvero scopertissimo, e il servizio sul puttaniere e l’ex nazista ne è la prova.

«Caro presidente, è una gioia per me rivederla», dice colui che prende 4 miliardi di euro dallo Stato italiano fra 8×1000 ed esenzioni fiscali.

«Santità, abbiamo fatto le corse con l’aereo per venire a salutarla», replica colui che dovrebbe abitare a San Vittore.

Il tutto a favor di telecamera, a favor di microfono, a favor di scatto, senza fastidi. E, soprattutto, senza vergogna.

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Il lusso della libertà di stampa

Pubblicato da sandro su 18 Settembre, 2009

La prevista manifestazione di domani per la libertà di stampa è stata spostata al 3 ottobre. C’è chi con tutte le ragioni del mondo si chiede il perché. La raccolta di firme promossa da repubblica.it veleggia verso le 400mila adesioni in poco meno di venti giorni – ci sono tutti i più grandi intellettuali italiani e stranieri viventi. Nel frattempo Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, che dovrebbe partire la settimana prossima, è bloccata dal non rinnovo del contratto di Marco Travaglio. Il proposito autolesionista della Rai è evidente: privare il programma di un suo punto di forza, nonostante gli ascolti eccellenti, e indebolire la rappresentanza dei dissenzienti, dei non allineati. La stessa porcheria l’hanno fatta con Report, levandogli la tutela legale, cosicché i giornalisti ci penseranno bene prima di fare le domande nelle loro inchieste. Aderendo all’appello che lo stesso Santoro ha lanciato giorni fa, allego i filmati promozionali che sarebbero dovuti andare in onda nelle scorse settimane.

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Annozero a rischio

Pubblicato da sandro su 8 Settembre, 2009

Ecco la lettera che Michele Santoro oggi ha inviato al direttore generale della Rai Mauro Masi, al direttore di Raidue Massimo Liofredi e ai consiglieri di amministrazione,  a proposito della nuova edizione di Annozero, che dovrebbe debuttare giovedì 24 settembre.

Gentili Direttori,

a due settimane dalla partenza di Annozero nessuno dei contratti dei miei collaboratori è stato ancora firmato. Allo stesso modo, con grave pregiudizio del lavoro preparatorio del programma,  non sono stati resi operativi gli accordi con operatori e tecnici che sono essenziali per le riprese esterne e le inchieste. Inoltre non sono stati diffusi gli spot che annunciano la data di inizio di Annozero. Devo dire che una simile situazione non si era mai verificata da quando lavoro in televisione, né  era mai accaduto che obiezioni e perplessità in materia editoriale si presentassero sotto forma di impedimenti burocratici; perché questo modo di fare non può che minare l’autonomia dell’Azienda e le sue finalità produttive.

Nonostante le vostre ripetute assicurazioni di questi giorni e nonostante l’atteggiamento di grande collaborazione da me tenuto, la situazione non è sostanzialmente cambiata. Mi risulta che anche altri programmi di punta del servizio pubblico, in particolare di Raitre, abbiano gli stessi problemi e si trovino a dover superare ostacoli pretestuosi per la messa in onda. Si tratta di pezzi pregiati che offrono al pubblico importanti motivazioni per continuare a pagare il canone e contemporaneamente risultano tra i più appetibili per la pubblicità in un momento assai difficile del mercato.

Voi stessi mi avete comunicato (quasi come un ordine) la decisione di introdurre in Annozero un terzo break pubblicitario. A prescindere dalla discutibile decisione, ciò conferma che siamo una delle pochissime trasmissioni della Rai ( credo si contino su una sola mano) che con le entrate degli spot  supera abbondantemente i costi del programma. La nostra media del 16,70 per cento di share supera di sei punti la media di rete per 34 prime serate; un’eventuale soppressione del programma aprirebbe un buco difficilmente colmabile nella programmazione, arrecando un danno ai bilanci della Rai valutabile in decine di milioni di euro.

Dal momento che giornali e agenzie vicini al Presidente del Consiglio continuano a diffondere notizie su vostre intenzioni che a me non risultano ma che voi non provvedete a smentire, sono costretto a ricordare, a voi prima di tutto ma anche al Presidente della Rai e ai Consiglieri di amministrazione, che io sono in onda non per le decisioni di un partito ma per una sentenza della magistratura interamente confermata in appello. Perciò pende un procedimento presso la Corte dei Conti che vorrebbe attribuire a responsabilità individuali i costi che la Rai ha dovuto accollarsi per le condanne subite.

Vi comunico quindi che io non intendo rinunciare a quanto le sentenze stabiliscono; e, nell’interesse dell’Azienda, mi aspetto che si recuperi il tempo perduto siglando tutti i contratti (e tra essi quello di Marco Travaglio), da noi predisposti più di due mesi fa, prima che Annozero fosse presentato a Milano agli investitori pubblicitari come un punto di forza del palinsesto autunnale. In questo modo potremo finalmente lavorare serenamente.

Roma, 8 settembre 2009

Michele Santoro

(ripreso da l’Antefatto)

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Alcune riflessioni su informazione e carta stampata

Pubblicato da nicola su 11 Marzo, 2009

Il numero di Internazionale della scorsa settimana raccoglie una serie di interessanti articoli sul futuro della carta stampata. Vi consiglio senz’altro di procurarvene una copia, se non l’avete ancora fatto. Potete acquistarlo anche su internet con la Postepay.

cover-379
Gli articoli mi hanno ispirato una serie di riflessioni su alcuni argomenti: l’informazione, il costo dell’informazione, Beppe Grillo.

Andiamo con ordine.

Gli articoli selezionati da Internazionale partono dal postulato che, in tempi brevi, assisteremo alla scomparsa di molti quotidiani, nella loro attuale versione stampata: primo tra tutti il New York Times, che sappiamo essere ricolmo di debiti all’inverosimile, non ultimo a causa dell’inutile grattacielo progettato da Renzo Piano e appena costruito a New York, costato uno scherzetto come 600 milioni di dollari.

nytimes The New York Times Building, sulla Ottava Avenue

Insomma, ci sono buone chances che entro il 2009 il New York Times chiuda l’edizione stampata, come ha già fatto ad esempio il Christian Science Monitor, magari limitandosi a pubblicare un’unica edizione settimanale, un po’ più gonfia, la domenica. Se questo veramente accadrà, ciò darà la spinta a molti altri quotidiani di compiere lo stesso gesto.

La cosa che gli articoli di Internazionale fanno osservare del panorama statunitense è che i giornali yankee, fino a questo punto, si sono retti con le proprie gambe, e non con i sussidi statali come avviene in Italia. Se fosse per l’osannato mercato, i giornali italiani sarebbero tutti chiusi da parecchi anni, si sa.

Negli Stati Uniti, all’ipotesi di finanziamenti statali per salvare il ruolo dei quotidiani, strumenti insostituibili di un ampio dibattito democratico, pare si sia registrata una levata di scudi da parte di tutte le redazioni, che preferiscono affondare piuttosto che ricevere un finanziamento governativo che potrebbe mettere a rischio la loro libertà d’espressione.

Viene un po’ da sorridere, poichè in Italia abbiamo la prova che il contributo statale, distribuito a pioggia, lascia più o meno intatta la libertà dei giornalisti. Forse sarà maggiore il meno che il più, per carità, visto come ci descrivono le classifiche della libertà di stampa nel mondo, ma al di là dei risultati di vendita non si può dire che Libero o Il Manifesto non pubblichino quello che credono.

Dall’altro lato, ritengo un po’ ingenuo l’atteggiamento statunitense secondo il quale l’imprenditoria privata della stampa garantisca libertà d’espressione: come se il consiglio d’amministrazione del NY Times non debba distribuire dividendi agli azionisti, come se le idee di un magnate della carta stampata non influenzino le inclinazioni politiche di una testata, e così via.

Pazienza. Ciò che a quanto pare ci riserva il futuro è un mondo in cui i quotidiani saranno disponibili solo in versione elettronica, e se di carta stampata si potrà ancora parlare, sarà probabilmente quella legata allo sport, al gossip e all’intrattenimento. Quella che vende, insomma.

Questi fatti meritano comunque una riflessione approfondita. Anzitutto, è necessario valutare come fallimentare il sistema distributivo di informazioni gratuite che internet ci ha fino ad oggi fornito. Paradossalmente, non sono mai state consultate tante pagine del NY Times come in questi giorni. La gente si informa molto più di quanto non lo facesse anche solo cinque anni fa, specialmente i giovani. Ma lo fanno gratis. Il sistema, purtroppo, non regge.

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Qui entra in scena Beppe Grillo. Il buon Grillo, informato ma non troppo, ritiene nei proclami del suo blog che la pubblicità stia migrando dalla televisione e dai giornali alla rete, e che presto TV e quotidiani scompariranno. Ciò è vero solo in parte. La pubblicità in rete non migra affatto, ne sia prova il fatto che i venti milioni di contatti giornalieri del sito del NY Times generano delle revenues assolutamente trascurabili. Gli spazi pubblicitari su internet non costano quanto quelli su carta stampata, nemmeno se si rivolgono a un pubblico venti volte maggiore. Al contrario, si tratta di un pubblico spesso molto smagato, in grado di separare l’informazione dalla pubblicità, di evitarla. Vorrei chiedervi quante volte, sinceramente, avete cliccato sulle pubblicità di un’automobile o di un qualsiasi prodotto durante le vostre peregrinazioni in internet.

Un discorso a parte va fatto per la televisione. La televisione non morirà, purtroppo o per fortuna. Il digitale terrestre, che Grillo sempre definisce tecnologia morta, in realtà è viva e vegeta, e in parecchi stati europei è lo standard di trasmissione televisiva. Negli Stati Uniti hanno chiuso le trasmissioni analogiche lo scorso 11 Febbraio.
L’intreccio tra Tv, internet, prodotti pay per view e computer è sempre più stretto negli Stati Uniti, e a questo intreccio va aggiunto quello delle console dei videogiochi, che a loro volta innestano una serie di prodotti e servizi sulla piattaforma televisiva. Cose che da noi ancora non si utilizzano a livello di massa, credo, ma che negli Stati Uniti sono il pane quotidiano di ogni famiglia con figli.

In effetti, si è osservato che dopo il superamento degli acquisti nella sfida TV-Personal Computer, il risultato ultimo non è stato l’abbandono della tv a favore di internet. Semplicemente, si aggiorna la pagina di Facebook mentre la tv in sottofondo propone l’ennesima puntata in pay per view del programma preferito.

Insomma, non credo che il buon Grillo abbia veramente il polso della vicenda.

A tutto questo si aggiunge un’ulteriore problema, che ci riporta alla questione generale dell’informazione: la scomposta fiducia del comico genovese nel Citizen Journalism, nell’impegno dal basso, nel reporter-utente che stabilisce un contatto diretto con la realtà locale e con il pubblico della rete. Questa fiducia si accompagna alla fiducia nei blog e negli strumenti del web 2.0 come vessilli di democrazia e partecipazione.
Questa visione dei fatti, ahimè, è utopica. Nessuno può permettersi di lavorare gratis, e il giornalismo distribuito o cittadino non potrà che risultare in una copertura amatoriale e soprattutto parziale della realtà. Già i giornali di oggi coprono le notizie secondo la propria inclinazione ideologica, non posso immaginare che le cose migliorerebbero con un giornalismo diffuso. Un giornalismo, poi, che sarebbe di necessità hobbistico e amatoriale: chi potrebbe permettersi un’indagine approfondita, se non supportato finanziariamente e logisticamente da una struttura superiore? Chi potrebbe informarci di quanto accade a Baghdad, senza i soldi e i mezzi per recarsi in loco? Dovremmo lasciare che solo gli abitanti di Baghdad ci possano informare? E quali, allora? I Sunniti o gli Sciiti?

L’impalcatura non regge, poichè poggia su una mancanza di professionalità. Siamo un esempio di questo fatto anche noi stessi, nel piccolo del nostro blog: se non potessimo affidarci a notizie ed articoli elaborati da altri in qualche redazione, spesso non avremmo nulla da dire. E non perchè ci manchino le cose da dire in senso assoluto, o le idee; ma poichè comprendiamo la scarsa risonanza o importanza di certi nostri pensieri, se non possiamo supportarli con un’indagine diretta, con dati concreti. Infine, ma non è un fatto marginale, abbiamo anche altro da fare. Noialtri le inchieste che fa Travaglio leggendosi faldoni giudiziari di undicimila pagine non possiamo farle. Dobbiamo affidarci a lui, e a chi lo paga per farlo.

La bella stagione dei blog è già finita da un pezzo, e quelli che veramente hanno un seguito e un impatto sulla società sono organizzati secondo logiche giornalistiche, con una redazione che sforna notizie in proprio o quantomeno raccoglie in modo professionale quanto passa per la rete, per il mercato e per la società. La dimostrazione forse più paradossale di questo fatto è proprio il blog di Beppe Grillo, in cui i commenti ai suoi post sono spesso anche mille, e di conseguenza il parere del singolo utente si perde ancora una volta nel mare magnum dei commenti altrui. Beppe Grillo, a sua volta, non risponde mai ai commenti, dimostrando che l’intero impianto del suo sito è assolutamente all’antica. E non potrebbe essere diversamente, visto che egli è una personalità e che attrae un interesse commerciale simile a quello delle vecchie testate giornalistiche.

Insomma, tutto il movimentismo e l’impegno che Grillo si augura è positivo, specialmente per quanto riguarda l’impegno in politica che sempre più cittadini dovrebbero far proprio: l’iniziativa della registrazione dei consigli comunali ad esempio è molto positiva a mio parere, anche se il povero Grillo continua a dire che i suoi “ragazzi entrano con le webcam”, ignorando evidentemente che le webcam hanno un cavo usb di alimentazione e non possono esser trasportate agevolmente in un consiglio comunale… forse voleva dire le macchine fotografiche digitali con funzione video, o forse le buone vecchie videocamere… è un po’ ossessionato dalla parola web, poveraccio.

Purtroppo questo movimentismo non si applica e non si trasla nel mondo dell’informazione. In parte poichè le cose non finiranno come Grillo ipotizza, in parte poichè a lungo andare non verrebbe comunque garantito un sistema informativo di qualità.

Questo ci fa tornare all’inizio della discussione: postulata la morte del giornalismo cartaceo, cosa possiamo sperare per il futuro? Il mio timore, ma forse anche la mia speranza, è che si dovrà tornare a pagar qualcosa per le notizie. In un modo o nell’altro, se vogliamo garantire la qualità del lavoro non solo di una testata giornalistica, ma anche di un singolo citizen journalist, bisognerà che il suo lavoro venga ricompensato. La diffusione via web delle notizie diminuirà sensibilmente i costi di produzione delle notizie, ma certi costi fissi, che la pubblicità non paga, andranno sostenuti dal lettore.

Gli autori degli articoli di Internazionale, in effetti, si chiedono come mai nessuno ritenga un oltraggio il fatto che due giovani per mandarsi un sms spendano anche 20 centesimi, mentre si debba ritenere un insulto pagare 10 centesimi per la lettura di tutto un quotidiano.

Si capisce che gli attuali strumenti di pagamento e consultazione delle informazioni non siano adeguati e semplici (necessario ricorso alla carta di credito, visualizzazione sullo schermo, scarsa portabilità del supporto) ma chissa, forse strumenti come l’Amazon Kindle potranno rivoluzionare le nostre abitudini. Non sto a spiegarvi cosa sia e come funzioni ma vi assicuro che è una tecnologia molto interessante.

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Credo si possa dire che ci troviamo in un momento di grandi scelte (la parola crisi, dal verbo greco crino, vuol dire proprio questo): molti aspetti familiari del nostro passato verranno sconvolti nei prossimi anni, come è già successo quando si diffusero il treno, l’automobile, il televisore, il computer. Forse siamo solo troppo giovani per ricordarcene.

L’unica mia speranza è che in tutti questi cambiamenti che riguarderanno l’informazione si riesca sempre a mantenere un’impronta di correttezza, e che al tempo stesso si possa salvaguardare la libertà delle opinioni e delle letture di ogni avvenimento. Se mantenere questi capisaldi avrà un costo, anche economico, credo sarà necessario pagarlo.

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