Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Uomini, cacciatori, ominicchi

Pubblicato da sandro su 12 Novembre, 2009

Leggo sul Corriere del Veneto che una mostra organizzata nel palazzo regionale dall’assessore alla cultura Elena Donazzan (ex An) userebbe la figura del compianto Mario Rigoni Stern per propagandare la caccia. La cosa mi ha immediatamente messo di malumore perché amo lo scrittore di Asiago e odio – meglio: non comprendo – la caccia sportiva.

Di questo si tratta, di uno sport. Quella che viene praticata oggi non ha certo nulla da spartire con la caccia di un tempo, quando le doppiette sparavano per bisogno anziché per spasso. Del resto è sufficiente leggere lo stesso Rigoni Stern per rendersene conto. Cito una sua frase riportata nell’articolo: «Non sogno carnieri pieni di animali ma di andare per i boschi, lentamente, con il mio cane».

Proprio qui però sorge l’equivoco su cui si specula. L’immagine pervasa di sentimentalismo creata dal vecchio alpino offre l’occasione ai cacciatori invasati di considerarsi degli ambientalisti, degli amanti della natura, una specie di guardiani dei boschi. Niente di più lontano dalla realtà, se si considera l’ecatombe di bestie e bestiole uccise ogni anno per gioco. Chi avesse lo stomaco per vedere le foto delle prede di questi eroici mitraglieri, vada a cercare nei loro molti siti.

E’ noto che la psicologia considera il fucile un prolungamento, un’estensione della virilità. Ora, Mario Rigoni Stern era un uomo con la lettera maiuscola, un partigiano, innamorato della sua terra violentata nel paesaggio e nei costumi. Questi signori dalle doppiette facili e questi assessori poco perspicaci sono invece degli ominicchi che dovrebbero provare imbarazzo anche solo nel pensare di accostarsi a lui. Tanto più che questi stessi figuri non devono neppure aver l’aria di leggere granché. Nel dubbio sparano. O le sparano. Grosse.

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Dolcetti e scherzetti

Pubblicato da sandro su 1 Novembre, 2009

Continua a stupirmi il volontarismo – che appunto esclude il raziocinio – con cui decine, centinaia, migliaia, forse milioni di persone celebrano convintamente Halloween, la festa figlia per eccellenza della globalizzazione (qualunque cosa questo voglia dire).

Ieri sera ero in birreria, chiacchieravo svogliatamente con un paio di amici e sorseggiavo un bicchiere. Ad un certo punto, come fosse la cosa più naturale del mondo, è entrato un tizio mascherato da stregone o qualcosa del genere, si è seduto e ha ordinato una birra. Guardava con sussiego tutti quelli che lo ammiravano come una fiera allo zoo.

Per le vie del paese, nel frattempo, si udivano gli scoppi dei petardi che i ragazzini lanciavano. In piazza, adirittura, un locale aveva cosparso di zucche incendiate una gradinata (tale locale, per la cronaca, è posto esattamente di fronte la chiesa: un perfetto connubio fra sacro e profano).

Veneto postmoderno, come chiamarlo?

Il bello è che a cercar di fare la persona seria e sensata non ci si guadagna, anzi si rischia l’accusa di passatismo. Ma il motivo di tanta smania nuovista è legato al costituirsi di inedite occasioni per gozzovigliare. L’importante è cacciarsi in discoteca. E poi, come in una guerra fra poveri alla rovescia, prendersi a pugni per la drink-card o la ragazza. Uomini con la clava che si affrontano per nutrirsi e riprodursi. E’ successo settimane fa nella periferia di Treviso. Vuoi mettere, però, farlo col mantello di Dracula?

Tra tutta questa gente stordita di cocaina, che frequenta posti tonitruanti e vuole una e soltanto una cosa dalla vita: fottere e godere: con questa gente come si fa a parlare di progresso?

Ma io sono un passatista, scusate, non v’importunerò più con la mia antiquata compostezza. L’anno prossimo farò incetta di dolcetti e scherzetti. A mia discrezione.

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La Lega, il poeta e il dialetto nelle scuole

Pubblicato da sandro su 11 Ottobre, 2009

azanzotto

PIEVE DI SOLIGO (Treviso) – Ottantotto anni di poesia. Ma con uno sguardo sempre pungente verso l’attualità. Nel giorno del suo compleanno, ieri al risveglio dal riposino pomeridiano le prime parole di Andrea Zanzotto sono state per il fatto di giornata, la scuola di Conegliano inaugurata in dialetto dal presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro. E il commento del poeta di Pieve di Soligo grondava sconcerto, ma anche slancio. «Cosa si sono sognati di inaugurare una scuola in dialetto? In inglese si doveva inaugurarla, aprirsi verso il mondo non chiudersi in se stessi».

Perché?

«Perché il dialetto servirà molto, sì, quando ci saranno gli ultimi a non parlare in inglese».

Crede che i leghisti coglieranno la sua ironia?

«No».

Ma proprio lei parla così, con tutta la sua produzione lirica in vernacolo?

«Già, un quarto della mia opera è in dialetto. El bel le che mi normalmente parle sol che dialetto… Ma non capisco perché alcuni politici devono uscirsene con certe fantasie bislacche sul dialetto. Quello di ritirarsi nella propria identità, che può essere anche dialettale, è una cosa che è sempre avvenuta. Il problema sono le esagerazioni prive di fondamento storico. Quando scrivo in dialetto, non ci faccio caso, è come se scrivessi in italiano perché ho un bilinguismo perfetto. Invece quando ho sentito parlare del “tanko” dei Serenissimi, mi sono venuti i brividi. Altro che carcere: andavano puniti mettendoli obbligatoriamente a studiare la filologia neolatina. Quanto poi alla ricorrente proposta di inserire il veneto fra le materie scolastiche, mi limito a far notare che i dialetti non si insegnano, ma si imparano».

Non crede così di attirarsi nuove ire dal Carroccio, dopo quelle per averlo definito «peste» al programma “L’infedele”?

«Tremo (mima un tremolio e sorride, ndr). Guardi, io non ho neanche sentito quella mia intervista. Mi ero messo a guardare la trasmissione, ma a un certo momento è prevalsa la legge della badante… per cui sono andato a dormire. In ogni caso credo abbiano preso singoli pezzettini e che per questo il mio pensiero sia uscito troppo sintetizzato. Forse avrei potuto usare un’altra espressione, forse ho esagerato e avevano ragione certi che mi hanno criticato. Ma sicuramente nella versione originale ho detto “peste se supera un certo livello”, non “peste” e basta».

E allora, se dovesse dire adesso cosa pensa della Lega?

«Non ne parlerei comunque bene, perché quel partito manca di fondamenti teoretici. I leghisti non sanno nemmeno che cosa sia il dialetto. Io sono offeso veramente da quello che ha fatto la Lega in questo settore. La sua pretesa di dire il dialetto è questo, o il dialetto è quest’altro, è senza base».

Martedì prossimo uscirà per Mondadori la sua nuova raccolta di poesie: cosa sono quei «Conglomerati»?

«Delle stratificazioni non solo in senso paesaggistico, ma anche a livello mentale. Qualche cosa di fragile che è diventato duro. In questo libro il dialetto salta fuori quando vuole, come nella quarta di copertina (dov’è riprodotto un suo originale in corsivo, ndr). Ed è così che dev’essere, perché il dialetto non è imposizione, ma spontaneità».

(Intervista di Angela Pederiva ad Andrea Zanzotto pubblicata sul Corriere del Veneto dell’11 ottobre 2009)

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Non di sole bestie

Pubblicato da sandro su 14 Settembre, 2009

Dovessi mai avere un figlio, e questo mio figlio, divenuto ragazzo, prendesse l’abitudine di frequentare i bar, conquistando magari appellativi inequivocabili riferiti alla sua capacità d’ubriacarsi senza vomitare l’anima o di tenere applauditi comizi retrogradi, lo lascerei fare, lo lascerei fare speranzoso. Vedi mai, in questo paese grottesco, che non diventi ministro!

Ieri, a Venezia, di queste imbattibili sugaombre – come diciamo dalle parti di Treviso, dove suga sta per asciugare, prosciugare, e ombre sta per bicchieri pieni di vino – ce n’erano addirittura quattro, sul palco galleggiante dal quale Umberto Bossi ha officiato il rito pagano dell’ampolla (forse nelle scuole leghiste insegnano che il Po sfoci a Venezia; io sapevo sfociasse dalle parti di Rovigo). Già questa è un’immagine da fumetto: trentamila (secondo la questura veneziana) padano-celtici che per tre giorni prendono armi e bagagli e s’inerpicano prima sul Monviso, in Piemonte, quindi discendono come orda barbarica sino al capoluogo veneto. Trentamila individui, presumo distribuiti su dieci o quindicimila macchine, incolonnati dietro il druido che, guaendo oscure formule in dialetto lombardo, guida la processione indipendentista protetto dalle guardie della Repubblica pagate anche dai contribuenti pugliesi, lucani, siciliani, ecc. La Venezia dei patrioti risorgimentali vien assaltata dalla mandria incamiciata di verde, che sbatte i suoi zoccoli ariani sul suolo prima calpestato da Goldoni, Vivaldi, Foscolo. Si assiepa attorno al sunnominato palco e da lì, esentata peraltro dal pagamento del biglietto, assiste al formidabile spettacolo circense. Europarlamentari di dimensioni elefantiache che inveiscono contro fantomatici uomini neri stuprafemmine; prosindaci ebbri fin dal mattino che si fregiano di analogie fasciste; ministri con gli occhiali del Milan che vantano l’uso del pugno di ferro contro gli Untermenschen che avvicinano il suolo terrone per invadere il sacro milanese impero; e infine lui, il santone dalla loquela inintelligibile, che lancia strali e minacce, e benedice con schizzi di Piave e di Olona i fanciulli, e invoca la secessione come i califfi il jihad. Fosse solo un fumetto, devo dire, non lo comprerei nemmeno se costasse un centesimo. Ma siccome un fumetto non è, ed anzi è la pura e semplice realtà, lo stucchevole recital mi viene servito in tutte le salse ogni giorno, la mattina, a pranzo, nell’ora del tè, a cena, in prima serata, a mezza sera, di notte. Aver fatto ministri tizi come Bossi, Calderoli e Maroni vuol dire aver superato in fantasia le galassie asimoviane. Visto il curriculum – meglio: la fedina – del capo del governo, comunque, tutto rientra, tutti i conti tornano. Adesso spero la facciano sul serio la secessione, così scopriremo tra i nostri generali un Ulysses Grant redivivo in grado di far poltiglia della Lega, del sibarita che l’alimenta, e un Abraham Lincoln capace di riaffermare due facili concetti: Costituzione e Onestà.

Ogni anno, quando la diligenza leghista transita nella Venezia cosmopolita, mi prende una tristezza infinita. Lo stolto sciame verdastro mi fa vergognare d’esser veneto, che dovrebbe invece non costituire fonte d’imbarazzo né, parimenti, d’orgoglio. Allora, per trovar sollievo, penso ai grandi conterranei, penso a Rigoni Stern, e mi sento meglio, mi consolo. Non di sole bestie è disseminato questo spazio.

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Mio nonno

Pubblicato da sandro su 4 Settembre, 2009

Mio nonno, il padre di mio padre, è morto pochi anni fa. Era un uomo buono, semplice, gioviale, generoso. Per questo ha lasciato un vuoto in chi l’ha amato. Per questo, quando se n’è andato, chi l’ha conosciuto ha provato un lungo momento di rammarico. Ricordo il giorno delle esequie: la chiesa del piccolo paese natale traboccante gente, la prolusione funebre dei reduci di guerra, la scorta degli ex combattenti della Marina durante la processione sino al cimitero, il sole marzolino velato di nubi eteree, la contrizione generale nell’attimo della sigillatura del loculo tombale.

Mio nonno, l’8 settembre 1943, ha rifiutato di combattere per il nazifascismo. Si trovava in Francia e, in quanto disertore, dapprima è fuggito in Olanda, poi è stato tradotto in un campo tedesco. «Drei Jahre in Kriegsgefangenschaft», diceva. Tre anni di prigionia. Forse c’è stato un po’ meno, ma l’esperienza l’aveva segnato tanto orribilmente da avere in odio la guerra al di sopra di qualunque cosa. Me lo diceva sempre, da piccolo. Non sopportava la violenza, non sopportava l’ingiustizia, credeva che le persone dovessero andare d’accordo, provava pietà per chi non aveva un ricovero, un tozzo di pane, un affetto su cui contare. Credo il suo altruismo dipendesse da quei trascorsi. Se poteva, aiutava chi era in difficoltà. La casa della sua famiglia, nel paese natale, era considerata un posto abitato da persone perbene, contadini veneti cresciuti secondo l’etica del lavoro, della solidarietà, della convivialità – un posto nel quale non mancava la polenta se non avevi da mangiare e un pagliericcio se non avevi da dormire.

Mio nonno era uno spirito libero, adorava la campagna, i sapori umili, la compagnia, la famiglia. Aveva un piccolo podere nel paese natale, che noi chiamavamo fattoria, dove teneva dei polli, delle quaglie, un modesto brolo con fichi, melograni, uva fragola, e un paio di campi messi a soia. La fattoria era il suo rifugio, il luogo nel quale entrare in contatto con le proprie radici.

Guidava una curiosa macchina rossa, con la leva del cambio accanto al volante, e nel baule caricava la frutta e la verdura della bottega che gestiva con mia nonna. I tragitti erano brevi, le strade note, ed era tutto un salutare i compaesani, fischiettare allegramente, fumare, scherzare. Se potevo, lo seguivo; con lui ero sempre a mio agio. Talvolta lo accompagnavo a pesca di rane e mi stupivo della sua vitalità: saltava i fossi come un ragazzo. Io lo stavo a guardare, lui saltava, si girava verso di me, rideva, mi spronava a seguirlo, saltavo anch’io, lui mi afferrava, mi teneva saldo, ridevamo insieme, quindi ci inoltravamo nel piatto orizzonte campestre. Ecco, la felicità per mio nonno era andare a pesca con suo nipote, meravigliarsi della sua innocente meraviglia, istruirlo sui nomi delle cose, delle bestie, delle piante, dei posti, portarlo con sé dagli amici, presentarlo, andarne orgoglioso. Talvolta provo nostalgia, ci sono attimi in cui essa si acuisce, vorrei esperire ancora quei balzi fidenti, quella presa rassicurante.

I nonni sono importanti, tutti i miei nonni e le mie nonne lo sono stati, lo sono, lo saranno. Bisogna capirlo finché si è in tempo.

Mio nonno vive nei miei ricordi, nelle mie inviolabili, inscalfibili reminiscenze. E’ un patrimonio morale, me lo ripeto spesso, che origina direttamente da un mondo e un’epoca remoti eppure prossimi. Averne memoria è dunque un imperativo categorico, perché quella generazione è destinata, come ogni altra cosa materiale, a finire. I testimoni del passato, della rinascente civiltà democratica, dei sacrifici, gli ultimi depositari della cultura rurale si stanno estinguendo. Che succederà dopo? La barbarie odierna mi spaventa, la sua crudele dimenticanza, la sua volgare dialettica, il suo protervo nichilismo.

Il mondo di mio nonno era un microcosmo regolato dalle stagioni. Tutti si conoscevano, si davano una mano, ho sentito storie di piccolo eroismo che sarebbe bello raccogliere, sottrarre all’oblio. Può darsi che un giorno lo faccia. Fra l’altro, mi accosterei così a un cospicuo frammento di verità e identità. Dovremmo farlo tutti. Ricordare, in un certo senso, vuol dire resistere.

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Dissenso e manganello: Vicenza, per noi

Pubblicato da sandro su 5 Luglio, 2009

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

(fonte: www.nodalmolin.it)

I ‘No Dal Molin’ festeggiano il 4 luglio con una dichiarazione d’indipendenza dagli Usa

di Paola Zanca

Mentre a Lecce torna la Notte bianca, la Riviera Adriatica si sollazza nella Notte Rosa, e mezza Italia è in fibrillazione per l’inizio dei saldi, a Vicenza, sabato 4 luglio, dichiarano l’indipendenza dagli Stati Uniti d’America. Nessuna guerra di mezzo, sia chiaro. A Vicenza vogliono la pace. E proprio perché di armi e divise non ne possono più, i No Dal Molin tornano in piazza. O meglio, tornano nel terreno chiuso dal filo spinato dove gli americani vorrebbero allargare la loro base.

Obiettivo: riprenderselo. E quale giorno migliore di quello in cui nacquero gli States? Come loro si liberarono dai coloni britannici, dicono a Vicenza, noi vogliamo l’indipendenza dagli oppressori americani. Insieme a loro ci saranno tante persone, ne prevedono – perfino dalla questura – dalle dieci alle quindicimila. Arriveranno con treni e pullman (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article324) da tutta Italia. E poi, dalla parte dei No Dal Molin, ci saranno anche Gino Strada e la sua Emergency, l’Arci, i Beati Costruttori di Pace, Attac, Donne in Nero, il sacerdote genovese don Andrea Gallo, gli scrittori Ascanio Celestini, Massimo Carlotto, Erri De Luca. E ancora Noam Chomsky, Dario Fo, Franca Rame, Oliviero Beha e Marco Travaglio.

L’ospite che loro aspettano, però, è soprattutto un altro. Si chiama Barack Obama, e nei prossimi giorni sarà in Italia per partecipare ai lavori del G8. Non gli chiedono molto. «A noi basta che si affacci dal piazzale della Vittoria di Monte Berico – spiegano i No Dal Molin – e veda dove l’arroganza del suo predecessore e il servilismo idiota dei nostri governanti hanno piazzato una base per fare guerre e terrorizzare il mondo. Poi – aggiungono – decida lui il da farsi». Gliel’hanno chiesto in una lettera (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article342) una settimana fa, appellandosi a valori come «la democrazia, il rispetto, la legalità, la trasparenza».

Insomma, guai a parlare di antiamericanismo, ma sabato a Vicenza si faranno sentire. Un blitz l’hanno già fatto, più o meno un mese fa (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article210). Una decina di loro sono stati denunciati per introduzione clandestina in luoghi militari. Onde evitare problemi, questa volta, lo spiegamento di poliziotti e carabinieri sarà massiccio più che mai. L’ordine da rispettare è uno: vietato entrare nell’aeroporto. «I manifestanti non potranno accedere in viale Ferrarin – ha spiegato il prefetto Piero Mattei – Il corteo dovrà fermarsi alla rotatoria di viale Dal Verme». I No Dal Molin ci proveranno lo stesso: «Lo faremo con la tranquillità e la determinazione che caratterizzano la mobilitazione vicentina – spiegano – ma senza assoggettarci al diktat di quanti sono stati incaricati dal governo di difendere l’imposizione del cantiere e che vorrebbero anestetizzare la nostra mobilitazione, rendendola folkloristica e non efficace. Entrare al Dal Molin – proseguono – significa restituire la dignità calpestata alla città del Palladio; ma, anche, ristabilire con determinazione la differenza tra la condizione di cittadini – quali noi vogliamo essere – e sudditi del governo di turno. Perché quel che è in gioco a Vicenza, ancor prima della falda acquifera e del territorio, è la possibilità reale di noi donne e uomini di poter incidere sul futuro dei nostri borghi, dei nostri quartieri, delle nostre città».

D’altronde, ne hanno fatte tante. Ricordiamo solo alcune delle ultime: un referendum fatto nonostante l’annullamento da parte del Consiglio di Stato, l’invio di una delegazione a Washington, l’acquisto collettivo del terreno su cui sorge il Presidio permanente e dove, secondo il progetto, dovrebbe essere realizzato l’ingresso nord della base militare. Molte altre cose, potete trovarle in questo video, http://www.youtube.com/watch?v=L50lIuGc2wg che ripercorre due anni e più di lotta. Quelli in cui Vicenza è diventata «uno dei simboli delle contraddizioni nelle quali si inceppano la politica rappresentativa e i meccanismi di delega politica».

(www.unita.it)

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L’indipendenza di Vicenza

Pubblicato da sandro su 4 Luglio, 2009

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo [...] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. [Incipit alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America]

Vogliamo essere indipendenti nel costruire il futuro del nostro territorio; vogliamo che quest’ultimo sia sensibile alle opinioni di gran parte dell’umanità che rifiuta e, troppo spesso, subisce la guerra come strumento di controllo e oppressione. Vogliamo costruire l’Altrocomune come pratica di autogestione e autonomia dei cittadini, fondandolo sulla disobbedienza alle imposizioni e sulle pratiche condivise; vogliamo riprenderci la nostra terra come luogo del vivere bene collettivo e non come oggetto di scambio tra governi.

Dall’8 al 10 luglio, all’Aquila, si terrà il vertice del G8; in un luogo volutamente scelto perché non ci siano voci di dissenso, capi di stato e di governo si riuniranno per decidere le sorti del nostro futuro, senza di noi. Tra essi, ci sarà il Presidente statunitense Obama: come si giustificano le sue promesse sulla fine dell’arroganza militare statunitense quando a Vicenza fa base la guerra?

La vicenda vicentina rappresenta, da questo punto di vista, una delle tante contraddizioni nella politica estera statunitense che promette legalità, rispetto e trasparenza, ma pratica illegalità, sopruso e imposizione. Come annunciato da importanti esponenti dell’amministrazione nordamericana, il Dal Molin sarà oggetto di discussione del summit al G8, non per restituire la democrazia a coloro a cui è stata negata, bensì come oggetto di accordo segreto e scambio tra governi per la ridefinizione, a partire da Africom, della presenza militare statunitense in Italia.

Vicenza, patrimonio Unesco, è assoggettata alle servitù militari; la città che ha espresso la propria netta opposizione e ha ricevuto per questo la solidarietà di ogni angolo d’Italia, ha visto il bavaglio stringersi sulla sua bocca: palesi illegalità progettuali hanno accompagnato il tentativo di “sradicare alla radice il dissenso locale” prima impedendo alla città di esprimersi, poi perseguendo centinaia di cittadini con condanne pecuniarie e procedimenti penali.

Ma Vicenza è anche uno dei tanti luoghi di costruzione di quel mondo che non accetta il diktat di quanti, riuniti per pochi giorni nelle regge imperiali, vorrebbero scrivere a tavolino la nostra storia. Quello del movimento vicentino non è un romanzo romantico e triste; le donne e gli uomini di questa città vogliono riscrivere la storia reale, stracciando le pagine su cui politici e militari hanno già disegnato il suo futuro di asservimento e tacita accettazione.

Il 4 luglio, giornata in cui gli statunitensi festeggiano la propria indipendenza dall’impero britannico, vogliamo decretare la nostra indipendenza dall’impero militare statunitense, liberando la terra dalla presenza di una nuova base di guerra.

Nei tre anni di mobilitazione trascorsi abbiamo imparato che un sol giorno non cambierà le sorti della nostra città; ma sappiamo anche che la strada che abbiamo davanti non può che portarci a nuove sfide: per questo, alla vigilia del vertice del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama, chiediamo alle donne e agli uomini che vogliono opporsi alla militarizzazione e alla guerra di tornare nelle strade di Vicenza e iniziare a costruire, dal basso e collettivamente, l’indipendenza dell’Altrocomune, ovvero un territorio libero e inospitale alla presenza militare perché vissuto e realizzato da un arcobaleno di diversità che, nel costruire un mondo di pace, liberano il territorio dalle servitù militari e dalle devastazione ambientale.

4 luglio 2009 a Vicenza, restituiamo il Dal Molin ai cittadini
Indipendenza, dignità, partecipazione:
la terra si ribella alle basi di guerra.

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Sito ufficiale No Dal Molin

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Il Veneto, un cubo di cemento

Pubblicato da sandro su 21 Marzo, 2009

Ringrazio Gian Antonio Stella per questo illuminante articolo, che smaschera le stupidaggini di un governo sciagurato e mette a nudo le miserie morali e materiali della mia regione, a torto ritenuta un posto civile. Sandro

In cinque anni già dati permessi per 94 milioni di metri cubi

Il Veneto e il piano inutile:
case sufficienti fino al 2022

Negli anni Ottanta si costruivano 10 milioni di metri cubi di capannoni, saliti fino a 38 milioni nel 2002

(Agf)
(Agf)

MILANO – Tirar su l’equivalente d’una palazzina di tre piani alta dieci metri, larga 10 e lunga 1.800 chilometri può davvero rilanciare l’Italia «nel pieno rispetto dell’ambiente», come dice Claudio Scajola? In un paese dove solo lo 0,97% degli abusi «non sanabili» è stato demolito? Auguri. Tanto più che una regione simbolo qual è il Veneto, stando a uno studio universitario, ha già oggi tante abitazioni e cantieri aperti da soddisfare la domanda di case, onda immigratoria compresa, fino al 2022. Se poi dovesse calare l’immigrazione, fino al 2034. Quando l’oggi giovanissimo Pato sarà già in marcia verso la cinquantina.

Prendiamo la tabella dei metri quadri a disposizione oggi degli europei. Ogni italiano ha in questo momento 36,3 metri quadri di casa. Cioè quasi il doppio di un ceco o di un ungherese, più o meno quanto un francese o uno spagnolo (che vivono in territori enormemente più vasti), un po’ più di un greco o di un belga. Davanti a noi stanno più comodi i tedeschi (41,3 metri quadrati a testa), gli svedesi (43,6) gli olandesi (48,3), gli austriaci (50,4), i danesi (53) e gli inarrivabili abitanti del Lussemburgo, uno staterello urbanizzato che svetta con 62,7 metri pro capite, ma per la particolarità e dimensione non andrebbe manco messo nel mazzo. Si dirà: «Visto? Siamo nella media». Vero. Tutti gli europei che hanno case più grandi, però, hanno due caratteristiche. O godono di spazi molto maggiori dei nostri, come gli austriaci che hanno il doppio di territorio pro capite di noi o gli svedesi che ne hanno quasi il decuplo. Oppure, a differenza di noi che abbiamo il 33% della superficie montagnosa e forestale, vivono in territori molto più pianeggianti, quali i tedeschi, gli olandesi o i danesi, il cui cucuzzolo più alto, il Moellehoi, svetta a 170 metri e 86 centimetri sul livello del mare.

Per capire quanto pesino queste differenze basta rileggere gli atti di un seminario di qualche anno fa promosso tra gli altri dalla allora presidente provinciale leghista Manuela Dal Lago sul consumo del suolo in una delle province forti dell’Italia, Vicenza. Seminario dal quale emerse che l’uomo, in tutta la sua storia, aveva occupato dall’età della pietra ai primi anni Cinquanta 8.674 ettari. Per poi occuparne, nell’ultimo mezzo secolo, molto più del doppio: 19.463. Una colata di cemento che ha stravolto la campagna descritta da Goffredo Parise e Luigi Meneghello fino al punto che il calcolo della «impronta ecologica» (un indice che attraverso sistemi complessi misura il livello dei nostri consumi) ogni vicentino si ritrova oggi a disporre di poco più di tremila metri quadri di territorio, ma ne consuma per 39.000.

Una scelta obbligata per uscire da secoli di fame, miseria, emigrazione? In parte, se è vero che nella seconda metà del Novecento l’aumento della popolazione non ha superato il 32% e la superficie urbanizzata è aumentata dieci volte di più: 324%. Un’accelerazione spettacolare, ma accompagnata da contraccolpi sul paesaggio, sull’inquinamento, sulla viabilità. E addirittura accentuata nell’ultimo decennio del Novecento con un aumento della popolazione del 3% (52 mila abitanti in più dei quali 37 mila immigrati) e un’impennata dell’edilizia abitativa del 13%. Per non dire della parallela impennata industriale che, seminando dubbi perfino fra i più eccitati esaltatori del mitico Nordest, portò a un dato paradossale: ogni neonato vicentino arrivato nel decennio si ritrovava in dote un blocco di 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Il tutto distribuito non uniformemente, ma quasi sempre in pianura. Esattamente come nel resto del Veneto dove, tolti quelli di montagna e larga parte di quelli collinari, i 444 comuni adagiati nell’ormai ex campagna hanno quattro o cinque aree industriali ciascuno se non, in certi casi, otto o nove.

Il prezzo? Elevatissimo, rispondono gli esperti: ogni miliardo di euro di crescita reale in più sarebbe costato un consumo di mille ettari di campagna. Il che significherebbe, appunto, che se avesse ragione il ministro Scajola a sostenere che il «piano casa» può mettere in moto 60 miliardi di euro, questo porterebbe a occupare come minimo 60 mila ettari di territorio con l’equivalente in cemento d’un mostro come quello calcolato all’inizio. Ne vale la pena? Mah… Una ricerca di Tiziano Tempesta, ordinario del Dipartimento Territorio dell’Università di Padova, lascia qualche perplessità. Almeno nel Veneto. E non solo sul piano dell’ambiente, del paesaggio, delle margherite e delle violette.

Spiega il professore che non solo una nuova colata di cemento rischia di dare il colpo di grazia a una pianura dove negli anni Ottanta si costruivano mediamente 10 milioni di metri cubi di capannoni l’anno saliti via via fino a una mostruosa quota di 38 milioni nel 2002, tirati su spesso solo per approfittare della Tremonti Bis e oggi malinconicamente vuoti. Ma che la case a disposizione sono già più che abbondanti. Se è vero che lo standard di riferimento per ogni programmazione di questi anni è stato di 120 metri cubi per abitante (cioè 40 metri quadri: quattro più dell’attuale media nazionale), «tra 2001 e 2006 sono state rilasciate concessioni edilizie per nuove abitazioni o ampliamenti per un volume pari a 94,6 milioni di metri cubi» contro un aumento della popolazione intorno all’1% l’anno. Risultato: sono già state costruite in questi anni «abitazioni sufficienti a dare alloggio a circa 788.000 persone». Il triplo delle 243.000 in più (in buona parte straniere) registrate.

Morale: se anche proseguissero (difficile, di questi tempi) gli «elevatissimi tassi d’immigrazione degli ultimi anni, le concessioni edilizie» già rilasciate saranno «sufficienti a soddisfare la domanda di case per i prossimi 13 anni». Con un tasso immigratorio ridotto a quello (che già era alto) degli anni Novanta, basterebbero per altri 25. Fino, appunto, al lontano 2034. Non basta. Nello studio di Tempesta si sottolinea una contraddizione che farà drizzare le orecchie a diversi: negli ultimi anni di risacca segnati da un calo del manifatturiero del 5,6%, «uno dei motori dell’immigrazione è stato il boom edilizio: il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel Veneto dal 2001 al 2006 ha riguardato il settore delle costruzioni».

Non basta ancora: «Analizzando i dati Istat sul rilascio di concessioni edilizie e sul valore aggiunto del settore costruzioni, si può stimare che nel Veneto, per aumentare dell’1% il prodotto interno lordo, sia necessario realizzare ogni anno non meno di 6,5 milioni di metri cubi di abitazioni, pari a una capacità insediativa aggiuntiva di circa 55.000 abitanti». Irreale, secondo i demografi. Tanto più se qualcuno puntasse a 55 mila neonati di «pura razza Piave». E allora? Allora «non sembra plausibile che, in una situazione di crisi del credito e di eccesso di offerta di abitazioni» la faccenda possa tradursi davvero in un affare. Se poi ci mettiamo anche le ferite che rischiano di essere inferte al patrimonio artistico e monumentale che è il tesoro dell’Italia…

Gian Antonio Stella

“Corriere della sera” 20 marzo 2009

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Andrea Zanzotto

Pubblicato da sandro su 20 Dicembre, 2008

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Col nemico non si festeggia

Pubblicato da sandro su 17 Ottobre, 2008

Il compianto Mario Rigoni Stern si indignerebbe non poco a seguire il dibattito sulla memoria condivisa, che sotto sotto è un volgarissimo espediente per equiparare vincitori e vinti, patrioti e traditori, partigiani e fascisti. La volta precedente il governo Berlusconi non aveva il consenso di oggi, e oggi agli italiani importa sempre meno della loro storia: riscriverla (come annunciato dal noto incensurato Dell’Utri) sarebbe dunque un gioco da ragazzi. E’ quello che intendono fare questi liberali bastardi, da strapazzo, questa marmaglia che definisce eroe un mafioso, che calpesta la Costituzione, che aizza gl’istinti più truculenti, che spregia la giustizia e vuole formare, attraverso un’istruzione classista, una generazione di non pensanti, di farisei. Il grande scrittore dell’altipiano, in poche, perfette facciate, ci dà l’ennesima lezione. Postuma, ahimè.
Buona lettura.

“Un natale del 1945″

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